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Intrinseche

Tashkent, Uzbekistan - 3 ottobre 2010

Man mano che selezionavo e dividevo le foto dell'Uzbekistan ne ho ammucchiate alcune in una cartella chiamata, non so perchè, "Intrinseche".






Backstreet Bukhara

Bukhara, Uzbekistan - 26 settembre 2010

Bukhara è la prima città che incontro lungo il mio percorso uzbeko: tempestata di medressas (le scuole coraniche), minareti, moschee e fortezze, è diventata un luogo troppo turistico per i miei gusti. L'unica soluzione è quindi svicolare, nel vero senso della parola: lasciare le piazze e intrufolarsi nei vicoletti.

Mentre il sole calava e la luce diventava più morbida ho incontrato un gruppo di ragazzini impegnati in una gara di resistenza di hula-hoop. La bambina ha inevitabilmente conquistato l'unico maschio del gruppo, ma sembra non essere convinta della successiva proposta di matrimonio.


Oltre alla coreana pazza che ha attraversato la Siberia in scooter ho incontrato vari personaggi strambi che mi hanno ispirato, tra i quali due buffi giapponesi: mi hanno dato delle dritte per campare in Giappone con pochi dollari al giorno. Come ad esempio dormire col sacco a pelo negli internet cafè, che forniscono delle cabine private dotate di doccia e per tutta la notte costano 10$. Ma anche i karaoke-bar sono un rifugio economico: la tipa giapponese, che sembrava un lottatore di sumo, ha detto che a volte lei si rinchiude da sola per 9 ore di seguito a cantare a squarciagola. Meglio tornare ai vicoli di Bukhara.


Più in là mi sono imbattuto in un gruppo di piskelle uzbeke, che mi hanno raccontato cosa studiano: da quello che ho capito verso i 12 anni finisce la "scuola" ed inizia il "college", una sorta di istituto di avviamento al lavoro, che prepara i discepoli ad affrontare la professione prescelta già a 16 anni. Le tipe qui sotto, sui 15, hanno scelto "dentista" e "guida turistica", il lavoro più richiesto.

Sto organizzando una vera e propria spedizione a Moynak, che una volta era un ricco porto di pescatori sul lago d'Aral, fino a 30 anni fa una delle più grandi riserve d'acqua dell'Asia e ora quasi prosciugato: la flotta di pescherecci è sparsa in mezzo ad un deserto di sabbia. Non è un luogo turistico e quindi mi ci vorranno 3 o 4 giorni per andare e tornare.
Sotto, una casa dove ho cenato, una figura nella notte.


I-Faktor

Bukhara, Uzbekistan - 25 settembre 2010

9000 km: tanti ne ho percorsi da Roma per arrivare nella repubblica dell' O'Zbekistan, come si chiama qui, con l'apostrofo dopo la "O". Malgrado abbia lasciato dietro di me tanto asfalto, sassi e sabbia c'è l'Italian-Faktor che cresce sempre di più.

L'ufficiale della frontiera uzbeka, quando mi ha chiesto come mi chiamassi, facendo finta di non capire ha guardato il passaporto e ha dettato al sottoufficiale "Vito Corleone", come nella famosa scena del padrino-bambino approdato ad Ellis Island. Poi ha cominciato con un brainstorming che dalla "pizza" ha guidato il monologo fino a "Pavarotti" e, a sorpresa, "Celentano". Io confermavo e al massimo correggevo i "lievi" difetti di pronuncia e gli ingenui lapsus freudiani che confondevano Pavarotti con Ramazzotti.

Comunque, il re italico indiscusso non è più Totti, nominato da chiunque ho incontrato da Istanbul ad Asgabat: è stato spodestato da Toto Cutugno, già evocato alla frontiera turkmena, canticchiato da un bambino uzbeko, apprezzato dalle signore di Tashkent e ora apparso in questa fantasmatica immagine spaziotemporale trasmessa dalla tv di Bukhara, in diretta dagli anni '80.

In-Genio sovietico

Ashgabat, Turkmenistan - 24 settembre 2010

La Land Rover, con tanto di Dimitri alla guida, mi è costata una settimana di austerità alimentare. Volevo raggiungere il luogo di un'esperimento di trivellazione operato dai sovietici quarant'anni fa, il cui risultato è una delle bizzarie geologico-scientifiche che solo la ex USSR è capace di nascondere nei suoi territori. Il sito è raggiungibile da una strada dissestata, 260 km in mezzo al deserto del Karakum: è uno dei più caldi del mondo, a ferragosto la temperatura ha raggiunto i 55°. L'ultimo tratto, quello più interessante, è percorribile solo col il fuoristrada: Dimitri, pantaloni militari e poche parole, ha guidato per 8 ore senza quasi fiatare. Non parla inglese.

Lungo il percorso si incontrano due enormi crateri: i russi erano alla ricerca di gas naturale, ma il primo "buco" che hanno fatto, quello mostrato sopra, ha intercettato una falda acquifera e si è riempito di "inutile" acqua. Più avanti se ne incontra un altro, e questa volta fu fatto un passo avanti: il fondo è pieno di fango grigio che ribolle di gas radon, che non è neanche tanto genuino da respirare. Ma il motivo della mia visita, e dell'investimento economico, è il terzo cratere, uno dei luoghi più strani e bizzarri dell'Asia Centrale, nei pressi di Darvaza.
Dalla cima di una collina appare così, una voragine nera, con un diametro di 60 metri, in mezzo al nulla:

Ma attenzione, stavolta i russi avevano bucato un immenso giacimento di gas sotterraneo. Non sapendo come gestire la fuoriuscita, gli ingegneri sovietici pensarono di dare fuoco alle potenti esalazioni, con la speranza di esaurire il giacimento. Ebbene, sono 40 anni che il cratere è in fiamme, e per questo è chiamato la "Porta dell'Inferno".

Profondo come un palazzo di 8 piani è sconvolto da potenti getti di fuoco che non sembrano diminuire nel tempo: lungo il suo perimetro si respira un odore simile a quello emesso dai fornelli da campeggio. Stare vicino al bordo non è facile: se il calore può essere sopportabile quando cambia il vento diventa all'improvviso eccessivo, e bisogna indietreggiare velocemente.
Quando sul deserto cala la notte la bocca di fuoco sembra davvero l'ingresso degli inferi danteschi.

Büromania

Ashgabat, Turkmenistan - 23 settembre 2010

Se l'ultima statua di Lenin sta facendo l'autostop per tornarsene a Mosca, l'eredità sovietica si fa ancora sentire, e parecchio. Qui sono ossessionati con l'ordine, i numeri e la classificazione. Tutto è numerato: "Cisterna A4", "Albero C1", "Palazzo 58". Una ragazza mi ha detto "Vado alla scuola n° 20". Anche io ho il mio codice, e nella dichiarazione compilata all'ingresso in Turkmenistan ho dovuto elencare ogni valuta di denaro contante in mio possesso, specificando la quantità: non si può barare, perchè una volta messa la firma si autorizzano le guardie di frontiera a tenersi tutto quello che trovano in più in caso di perquisizione.

Le mie macchine fotografiche sono state etichettate "Fotoapparat 1" e "Fotoapparat 2". Quando ho fatto check-in in albergo non mi è stata data la chiave, ma un foglietto con il mio nome e la stanza assegnata, da consegnare alla babushka addetta al piano: solo lei dopo un attenta verifica mi consegnerà le agognate chiavi. Sta sempre lì, a guardare la tv russa: ogni volta che esco vuole le chiavi, ogni volta che torno parte di nuovo la verifica. Le chiavi e i foglietti sono ordinati in un apposito contenitore.


Una volta ho provato a fermarmi in mezzo al corridoio: il suo orecchio bionico, avvertendo che all'improvviso una serie di passi si era interrotta, l'ha immediatamente spinta ad affacciarsi per vedere cosa stesse succedendo.

Dimenticavo: nella mia stanza le lenzuola sono numerate con un pennarello blu. Il numero corrisponde a quello scritto sul cuscino e su ciascun asciugamano. E' stato bello dormire tra fresche stoffe numero "7".

Sotto, colazione austera, ma nutriente.


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