Vai alla pagina:
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25

Architorture

Tashkent, Uzbekistan - 11 ottobre 2010















Tra le tante "architorture" che ho incontrato lungo i miei passi c'è un luogo che è il mio preferito, a Tashkent: è la fermata della metropolitana "Kosmonaut". Progettata con uno stile che la fa assomigliare ad una scenografia fantascientifica degli anni '60, con colonne di vetro ondulato, strane stalattiti che pendono dal soffito e grandi medaglioni con figure spaziali: donne scafandrate alla scoperta di nuove forme vegetali e astronauti che salutano da nuovi mondi.



Carne

Tashkent, Uzbekistan - 10 ottobre 2010

I fumi che avvolgono i banchi del mercato, impregnano i vestiti e veicolano profumi appetitosi sono il risultato della cottura dell'immancabile, inevitabile, onnipresente shashlik, lo spiedino multimediale centroasiatico.
Vegetariani, lasciate ogni speranza voi che entrate, sta scritto piccolo piccolo (probabilmente) ai posti di frontiera. Non c'è modo di evitarli. Gli spiedini sono ovunque, c'è sempre un trespolino di ferro all'angolo della strada, o in una tenda in mezzo alla steppa, pieno di carboncini ardenti: la pronta signora, all'avvicinarsi del pedone affamato, estrae la sua gamma di spadine infilzanti proponendo le varietà carnose.

Spesso questa è l'unica possibilità alimentare che si presenta al viaggiatore on the road. Gli eventuali piatti di riso o contorni di varia natura saranno sempre, prima o poi, sormontati da uno shashlik. Se si ordina una zuppa probabilmente arriverà arricchita da pezzi di shashlik. Di sicuro la carne non manca: i mercati cittadini hanno un reparto così vario da soddisfare ogni perversione alimentare.

Il bazaar di Tashkent potrebbe essere l'incubo degli animalisti, ma anche paradiso dei carnivori e patologi anatomisti. L'igiene lascia un po' a desiderare: in uno spiazzo all'aperto, su bancacci di legno, sono esposte tutte le possibili parti di corpo che un animale da allevamento può offrire. Lasciate lì, a sgocciolare, sono visibili lingue, intestini, coscie, costate, e malloppi di corpi di cui non ho identificato la natura. Per terra, una melma organica che solo verso sera viene sciaquata via.

Sotto: una carrellata di primi piani bovini (teste di vacca)

Le città, per fortuna, offrono una varietà più ampia di pasti: il mio preferito è il laghman una zuppa di verdure, arricchita da pezzi di carne, piena di noodles di riso. per strada si trova anche il famoso plov, il cui nome è forse onomatopeico: un bel malloppo di riso, schiaffato nel piatto (plov!), che può essere arricchito con verdure e pesce fritto. E shashlik.

La bevanda tipica, ad ogni ora del giorno, è il thè: "black or green ?", chiedono sempre i ristoratori. Ma si può sempre optare per le bollicine pulitrici di una sana Coca Cola. A meno che i vicini di tavolo, specialmente nei centri più piccoli, non abbiano portato una bottiglia di vodka. Allora scatta l'invito, inevitabile: il primo bicchierino deve essere versato da una persona diversa dal bevitore. E deve essere sempre bevuto tutto di un sorso.

Sotto, il mercato di Tashkent, grande come un palazzo dello sport, e un banco che vende zucchero in grossi cristalli ambrati.


Ma c'è un altra specialità in cui i paesi dell'Asia Centrale eccellono: meloni giganti. Cocomeri abnormi. Zucche mostruose. Ci sono zone del mercato con montagne di globi di varia natura: solo di meloni ne esistono cinque o sei varietà. E costano pochissimo: 30 centesimi per portarsi a casa il passatempo per un paio d'ore rinfrescanti. Di notte i venditori scaricano il raccolto, e poi ci dormono in mezzo.


Alla fine della giornata le signore dei banchi se ne vanno via soddisfatte con degli enormi mazzi di banconote che le fanno sembrare dei trafficanti di droga.

Infine, un divertente equivoco, visibile ovunque ci sia una "cassa": nell'alfabeto cirillico la "C" si pronuncia come la "S".

Metropolitasia

Taskent, Uzbekistan - 9 ottobre 2010

Sono in attesa dei visti che mi serviranno per raggiungere la Cina, che in linea d'aria e' vicinissima ma in linea burocratica e' labirinticamente distante.

A Tashkent, ormai, mi sono ambientato e partecipo alle attivita' cittadine: ieri sono andato all'inaugurazione della Settimana dello Stile, con mostre dedicate all'arte, alla moda, alla pittura e si apriva pure una biennale di fotografia. Pero' gli artisti non si distinguevano, perche' per l'occasione tutti si erano vestiti bene: uomini in abito scuro e donne elegantissime. L'unico straccione che si aggirava per la mostra con sandali, maglietta e borsa rattoppata ero io: evidentemente sembravo un vero artista. Sono stato avvicinato da una tipa dell'organizzazione, che mi ha chiesto chi fossi: "sono italiano, architetto, mi piace l'arte". Apriti cielo. Si e' istantaneamente materializzato il registratore per una intervista, con pure il fotografo ufficiale. Mentre cio' accadeva e' arrivato un altro tipo con telecamera e si e' presentato come giornalista della tv nazionale uzbeka. Subito si e' catalizzata l'attenzione su di me, c'erano tre giornaliste in fila: alla fine ho fatto il fico e "mi sono concesso" per tre interviste televisive, una radiofonica e pure una per la stampa. E ho pure rimediato gli inviti ad altre due mostre. Ora quindi saro' piu' "buono".

Nell'attesa dei visti incontro altri viaggiatori, e parlando con loro noto che ormai il concetto spazio-temporale si e' stravolto. Quasi tutti hanno lasciato il lavoro o hanno appena finito l'uiversita'. Il tempo non e' un problema e i budget sono strettissimi, grazie anche ai costi ridotti dell'estremo oriente asiatico.
E cosi' si fanno discorsi di queso tipo:

"Ma verso il 20 novembre dove state?"
"Boh forse a Hong Kong..."
"Allora perche' non venite giu' in Vietnam, diamo una festa a Saigon..."
"Ah, bello, ma non i soldi..."
"Guarda che con quattro giorni di treno ci arrivate.."
"Lo so e' che avevamo promesso ai giapponesi che li andavamo a trovare a Osaka"
"Fico, andate con la nave?"
"Si, da Shangai ci vogliono tre giorni.."
"Ma per caso ferma in Corea?"
"Si si"
"Allora vengo pur'io"

Cosi', come se i posti fossero connessi da un unica grande metropolitana.

C'era una volta...

Tashkent, Uzbekistan - 5 ottobre 2010

Cosa hanno in comune una distesa infinita di campi di cotone, un deserto cosparso di relitti di navi arrugginite e un pentolone di pasta alla carbonara?
Il misero testo che ho vergato svelerà l'arcano.

Negli anni '60 l'Unione Sovietica decise di aumentare drasticamente la produzione di cotone delle regioni dell'Asia centrale, in modo da alimentare l'economia di scambio delle ex repubbliche. L'Uzbekistan è costellato di campi di cotone, e ogni giorno migliaia di raccoglitori lavorano sotto il sole piegati a raccogliere i fiocchi che, verso sera, vengono ammucchiati in candidi cumuli. Una mattina, a Bukhara, ho visto un corteo di una ventina di autobus che, scortati dalla polizia, portava i lavoranti ai campi.

Poichè la quantità d'acqua necessaria alle irrigazioni non era sufficiente, gli strateghi decisero di procurarsi il prezioso liquido ad ogni costo: deviarono i corsi dei fiumi, costruirono sbarramenti e canali fino a ridurre la portata dei due maggiori affluenti del Lago Aral, il Syr-Darya e l'Amu-Darya: due fiumi che, per millenni, avevano portato l'acqua fin dalle montagne del Pamir pakistano e del Tian Shan cinese.

Il bello è che gli ingegnosi idraulici sapevano perfettamente che così facendo il Lago Aral non sarebbe stato più alimentato: nel 1990 l'afflusso di acqua a quello che una volta era il quarto lago più grande del mondo era ormai ridotto di un decimo, rispetto al 1950.


Il fondo arido del lago e piccole forme vegetali fiorite, che crescono a stento un po' ovunque

Ed ecco la telecronaca: tra il 1966 e il 1993 il livello del lago è sceso di 16 metri, facendo recedere le sponde di oltre 80 km. Nel 1987 il lago si è diviso in due, lasciando un bacino settentrionale separato dal resto: in quella stessa data finirono di estinguersi le 20 specie indigene di pesci che lo popolavano.

Ma non basta: l'isoletta solitaria al centro del lago, col prosciugarsi delle acque, si è si e' allargata al punto da diventare una penisola che nel 2000 ha diviso l'Aral in due, un bacino orientale e uno occidentale.

Nelle due immagini che ho maldestramente messo insieme c'è il grafico della riduzione del contorno del lago e una foto satellitare che mostra come solo negli ultimi dieci anni si sia perso tutto il bacino orientale. Negli atlanti, probabilmente, il lago appare ancora tutti intero, come era quarant'anni fa: 400 km per 280 km di larghezza, un mare.

Oggi l'area è disintegrata: non ci sono più coltivazioni, non si pesca più, non c'è acqua.

La gita al lago, insomma, è consistita nell'attraversamento di un migliaio km di arida steppa e rilievi brulli. Io, due tedeschi e una malese abbiamo affittato una indistruttibile jeep russa UAZ, priva di ogni forma di elettronica, 90 km/h di velocità massima.

Durante il percorso abbiamo sostato nella cittadella di Moynak, che prima degli anni '80 era uno dei due maggiori porti del lago Aral, famoso per la sua flotta di pescherecci e le tonnellate di prodotti ittici che ogni anno venivano pescate e distribuite in tutta la Russia. Oggi, l'insegna che saluta i visitatori alle porte dell'abitato, decorata da gabbiani e pesci, è solo il ricordo di un felice passato.

Le rive del lago, infatti, si sono allontanate sempre di più dal porto: dapprima si è tentato di costruire dei canali per permettere alle imbarcazioni di raggiungerle, ma poi si è persa ogni speranza. L'industria è ormai ferma da vent'anni, l'economia della zona stravolta, e la "costa" è distante più di 150km. Rimangono solo i relitti dei pescherecci, arrugginiti, allineati sulla sabbia come fantasmi nuclearizzati.




Più in la' siamo giunti presso un bacino distaccato dal lago principale, caratterizzato da acque basse, a tratti acquitrinose, punteggiate da isole di vegetazione tra le quali nuotano a fatica tristi pesci marroni. E mi sono messo a guardare.


Proprio lì c'è un avamposto (baracca nel nulla) di quattro pescatori, che ogni quindici giorni si alternano per tirare fuori dall'acqua quel poco di prodotto alimentare che è rimasto. Per scroccare il pranzo gli abbiamo portato due bottiglie di vodka: in cambio ci hanno dato del plov sormontato da una presenza ittica. La foto qui sotto è stata scattata dopo che la vodka era improvvisamente evaporata.

Ci siamo rimessi in cammino per raggiungere le coste sopravvissute del grande lago. Dopo altri 200km di sabbia, polvere, buche giganti e tortuose discese abbiamo gridato "acqua!". L'Aral, quell'ultima lingua azzurra rimasta, è apparso all'orizzonte. Tutta la pianura che lo precede era una volta coperta dall'acqua, che si fermava solo di fronte ai rilievi rocciosi visibili in fondo.

Ma solo verso il tramonto siamo riusciti a raggiungere la riva: e allora il lago si è mostrato in tutta la sua sinistra presenza, misterioso, quasi perfettamente calmo, silenzioso, con un fondo stranamente colloidale, quasi cretoso, dall'aspetto alieno. I colori del cielo, dopo il tramonto, aggiungevano una sensazione extraplanetaria al luogo.


Sembrava quasi una simulazione al computer venuta male, ma era straordinariamente vera. Il relitto di una vecchia piattaforma da sbarco per carri armati aggiungeva un tocco fantascientifico al luogo.

Ci siamo accampati poco più in la', con due tende e un tavolino. Pochi cespugli secchi hanno alimentato un fuoco per nutrire il gruppo di una speciale ricetta di cui io, console italiano, mi sono fregiato di cucinare: la pasta alla CarbonAral, così soprannominata per il forzato utilizzo di ingredienti locali.

Dopo cena, lo spettacolo inquietante della natura lacustre ha lasciato spazio ad incredibili acrobazie astronomiche. Dapprima un cielo stellato che secondo me era stato proiettato dal governo uzbeko con potenti laser. La brace ancora ardeva tra le pietre.

Poi, verso mezzanotte, il sorgere della luna dalle acque del lago, grande e dorata...

E infine, i colori che precedono l'alba, nel silenzio più assoluto che abbia mai "ascoltato".

Ho fatto una nuotata tra le gelide acque, faticando per non far affondare i piedi nella strana creta scura del fondo. Non c'era nulla, per qualche centinaio di km in tutte le direzioni. Ah no, c'era ancora della vodka!

Insomma, è stata una figata.
Ed ora il backstage.

La sala conferenze di un albergo di Nukus, che non aveva più stanze e mi ha pietosamente offerto l'unico spazio rimasto per dormire.

Io tra i ragazzini raccoglitori di cotone. Ogni sacco gli "frutta" 100 som, cioè 5 centesimi di euro.

Una località lungo il percorso.

Il nostro remoto accampamento.

Ingredienti per pasta al ragù geneticamente modificata: il ragù è stato ottenuto tritando il contenuto di un grosso salsiccione. L'olio disponibile era quello di semi di girasole, unica alternativa a quello di semi di cotone. L'olio della macchina sarebbe stato più saporito.

La CarbonAral era priva di pepe e di parmigiano, e la pancetta era stata sostituita da strisciette di wurstel fritti: mi è valsa ugualmente la qualifica di chef, con tanto di assistenti addetti al mantenimento del fuoco perenne, e tagliatrice malese di cipolle e verdure. Mi hanno suggerito di fare un viaggio itinerante in qualche paese disastrato dal punto di vista culinario (Nord America, ad esempio) offrendo cucina in cambio di letto.

Gli o'zbeki

Tashkent, Uzbekistan - 4 ottobre 2010

Attarversando le polverose strade dell'Uzbekistan, dalla regione del Karapalkstan fino a Tashkent, ho apprezzato gli effetti di un DNA pirotecnico. L'Uzbekistan si trova proprio nel mezzo dell'Asia Centrale, sulle principali arterie della Via della Seta, e nel corso dei secoli ne ha viste di tutti i colori. Dalle originarie razze di etnia turca fino all'invasione russa, dalle scorribande di antichi eserciti mediorientali fino al passaggio dei mongoli di Gengis Khan.

Qui sopravvivono comunità di popoli distanti, come quella ebraica e quella coreana. Si parla il Tajiko e l'Uzbeko, il primo un dialetto persiano l'altro di radici turche, ma tutti conoscono anche il Russo e molti studiano il tedesco. Costumi e usanze cambiano da regione a regione: dalle colorate donne della steppa fino alle vertiginose minigonne di Tashkent.

La tipa qui sotto, che pare stia rapendo un bebe', era identica a Michael Jackson


Vai alla pagina:
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25