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Guerrieri di terracotta e serenate romane

Xi'an, Cina - 28 ottobre 2010

Per due giorni sono stato rinchiuso nell'ostello di Xian, insieme ad altri amici, a causa della gelida pioggerellina che è inaspettatamente calata sulla città. Migliaia di ombrelli colorati brulicavano nelle strade intasate dal traffico, illuminate dai led colorati e sottolineate dall'onnipresente sottofondo di voci elettroniche che escono dappertutto, mentre la miriade di bancarelle di strada continuavano a friggere spiedini di pesce sotto la pioggia. Questa pausa meteorologica, dopo migliaia di chilometri in treno e giunto al termine della Via della Seta, è stata un'ottima scusa per riposarsi. L'ostello, come tutti i posti zingareschi, è un misto tra buddhismi e cubismi.

Ovviamente ho fatto visita all'Esercito di Terracotta, che è uno dei più importanti siti archeologici della Cina e una delle maggiori scoperte del secolo scorso, avvenuta, come vuole la tradizione, per caso: nel 1974 due contadini hanno fatto un buco su una collina per scavare un pozzo e hanno tirato su una testa. Poi è arrivato l'esercito cinese che ha letteralmente fatto sparire l'intera collina, e di teste ne ha trovate 7000, attaccate ai rispettivi corpi: erano quelli dell'armata che l'imperatore Qin Shi Huang aveva voluto per per farsi proteggere nel suo viaggio verso l'aldilà.

Vedendo foto e documentari di questo sito archeologico non si notano alcune caratteristiche fondamentali: inannzitutto i guerrieri sono a grandezza "naturale", non dei modelli a scala ridotta. Quindi l'intero sito e gigantesco: per questo motivo ho cercato di includere nella foto anche i visitatori, in modo da comparare le proporzioni. E poi erano colorati con tinte vivaci, che in alcuni casi erano ancora presenti al momento del ritrovamento, ma si sono dissolte negli anni recenti: comunque, malgrado la perdita del pigmento, sono tutti diversi tra di loro.

Inoltre i soldati non erano sepolti nella terra, ma conservati schierati all'interno di un vero proprio "accampamento" sotterraneo, formato da lunghe camere scavate nella roccia e ricoperte di travi di legno e stuoie, come fossero delle tende militari. Durante lo scavo, quindi, il primo strato che si incontra è proprio questa copertura ondulata, che va "bucata" per scoprire l'esercito sottostante.

Le forma ondulata della copertura dell'accampamento

La copertura parzialmente rimossa rivela alcune statue capovolte

E' inutile dirlo, ma intorno ai padiglioni che conservano il ritrovamente, laddove c'era l'erba ora c'è una città, fatta di centinaia di negozi che vendono scatole con riproduzioni dei guerrieri, a prezzi che vanno dall'irrisorio (50 cent per 5 statuette) all'eccessivo (3000 dollari per un finto guerriero a grandezza naturale).

Scelta ardua: quale mettere in salotto?

In questi giorni di riposo a Xian ho passato le serate con un gruppo misto italosvizzeroinglese. L'appuntamento fisso del dopo cena era nella gelateria olandese "Haagen Daz", dove ogni volta notavo un sottofondo musicale che, con una sottile vocina ed un accento straniero, diffondeva alcune canzoni italiane. Alla terza sera, quando nel mezzo della Cina e a 16659 km. da casa mi è toccato sentire "Roma non fa la stupida stasera" e vedere nel menu il gelato "Vacanze Romane", non ce l'ho fatta e ho protestato con le cameriere:

"Ma lo cambiate CD ogni tanto??"
"Noi avele solo questo, azienda dice di mettele ogni sela."
"Ogni sera da sempre??!"
"Siiiii"
"Ma lo sapete che musica è?"
"Nooooo"
"E' musica italiana, musica de Roma!"
"Ooooohhhhhhh"
"Se volete ve la canto..."
"Siiiiiiiiiiiiiiiiiii"
"Roma non fa la stupida stasera...."
"Ahhhhhh! Ohhhhhh!"
"...damme 'na mano a faje dì de sìììì...."
"Ahhhhhh! Ancola! Ancola!"

E così ho cantato la serenata alle camerierine cinesi che si complimentavano e mi incitavano con versi quasi orgasmici. Sembrava la scena del film "Non ci resta che piangere" quando Benigni canta "Yesterday" alle paesane del 1500. E visto che il CD è pure carino, con successi popolari italiani cantati a ritmo latino, adatto a seratine soft, per chi volesse "comprarlo" il titolo è "Questa mia bossa", cantato dalla giappo-brasiliana Lisa Ono, che qualche anno fa scalò le classifiche italiane con la sua versione di "Cosa hai messo nel caffè".

La Terrena Provvidenza

Xi'an, Cina - 25 ottobre 2010


Sul treno per Urumqi

Dopo quasi una settimana di viaggio sono arrivato a Xi'An, la prima città dove ho avuto la sensazione di trovarmi veramente in Cina. Dietro mi sono lasciato quasi 4000 km di "nulla", percorsi sui treni cinesi che, per fortuna, arrivano quasi ovunque.

Dopo le montagne del Kyrgyzstan e Kashgar il panorama diventa totalmente piatto: distese di terra grigia, a volte intervallate da lunghi tratti di sabbia, che lasciano il posto di nuovo alla terra, e poi ancora alla sabbia e di nuovo terra... A volte, sullo sfondo, alcune montagne gialle, prive di vegetazione, visibili se non ci sono tempeste di sabbia. Così, per quattromila interminabili chilometri, questo paesaggio è passato davanti al finestrino.


Nei pressi del villaggio di Toyouk

L'intera metà occidentale della Cina è fatta così, prevalentemente inabitabile, per metà desrtica e per metà montagnosa. Ho pensato a Marco Polo, a come ha fatto a non scoraggiarsi davanti ad un simile ostacolo geografico, malgrado i mercanti raccontassero di un favoloso paese lontano. La curiosità del viaggiatore è una droga irresistibile.


Panorama del Gansu

E poi ho pensato alla Terrena Provvidenza. Da quel poco che ho visto, i cinesi sono un popolo instancabile, capace di fare tutto, lavorare senza sosta e accontentarsi di poco, e così sono in grado di conquistare il mondo. Ma se, da un lato, la Natura ha lasciato che simili caratteristiche si riproducessero in quasi un miliardo e mezzo di individui, dall'altro ha provveduto a delimitarli e contenerli adeguatamente tramite le Sacre Forze Tettoniche e i Divini Poteri Climatici: la bomba-Cina è delimitata a nord dalle infinite e fredde steppe della Siberia, a est dall'enorme oceano Pacifico, a sud dalle giganti montagne dell'Himalaya e a ovest dalle migliaia di chilometri di deserto che ho attraversato. Se questa non è strategia!

Se non ci fosse stata Terrena Provvidenza a quest'ora ci saluteremmo dicendo "nihao!".


Dune nei pressi di Dunhuang

Ogni tanto, in mezzo alle sabbie del deserto, emerge qualche rilievo roccioso. A Dunhuang, c'è una rupe, che fino al secolo scorso aveva il fianco coperto di sabbia. Poi una tempesta ha cominciato a scoprirlo, lasciando emergere alcune caverne. E nascosto lì sotto c'era un tesoro: alla fine sono state individuate 730 grotte stracolme di statue di Buddha e dipinti staordinari, che costituiscono il più grande patrimono di arte buddhista del mondo.

Ci sono delle statue scavate nel cuore della montagna alte 36 metri, e invisibili dall'esterno: per secoli sono state chiuse nella roccia. Oggi le grotte di Murgao sono visitabili, ma è strettamente vietato fotografarle, le guardie sono attentissime... sono riuscito a rubare qualche immagine con la compattina.

Tra i vari dipinti mi ha colpito la rappresentazione del Dio del Tuono: una specie di demone che rotea vorticosamente braccia e gambe in un cerchio di tamburi.

Da queste parti sono emerse anche altre cose incredibili: a 120 km da Lanzhou è stato dissotterrato un piatto d'argento greco-romano con una immagine di Bacco circondato da grappoli d'uva. Chissà in quante mani è passato prima di arrivare a perdersi nel deserto cinese. Al museo dove di solito è conservato non c'era: adesso devo capire in quale parte della Cina è finito. Posseggo solo un disegno:

Lungo il percorso mi sono fermato in due località record: la città di Urumqi, il luogo del mondo più lontano da ogni mare (dove ci sono i ristoranti di sushi), e la "depressione" di Turpan, il terzo luogo più "basso" del pianeta (i primi due sono il Mar Morto in Giordania e la Lago Asal nel Djibouti).

E così, dopo le montagne kyrgyze e il deserto cinese, dopo le zuppette piccanti e gli spiedini centro-asiatici, dopo le botteguccie di Kashgar e le architetture sovietiche di Tashkent, dopo tutte queste felici scomodità arrivo qui, e sono illuminato da questa duplice visione globalizzante:

Lo confesso senza timore, mi sono lasciato andare al Frappuccino di Starbucks mentre navigavo su internet sfruttando il loro potente WiFi. E ho ripensato al Messer Polo da Venezia.

Xi'an, dove mi trovo ora, è famosa per un'altra incredibile scoperta: l'esercito di terracotta, di cui racconterò nella prossima puntata. Ma non solo: è anche la città dove iniziava e finiva la Via della Seta, e infatti conserva ancora un vivace quartiere musulmano. E' un ottimo punto di arrivo e di ripartenza: mi sto dirigendo a Shangai, da dove comincerò un giro della Cina. Lì mi aspettano gli ultimi giorni dell'Expo Universale e l'inizio della Biennale d'Arte Moderna: un vero e proprio brodo di curiosità orientali.

Gli Uighuri dello Xinjiang

Kashgar, Cina - 20 ottobre 2010

I miei piedi poggiano sul territorio cinese, ma l'aria della Cina si respira a fatica in un territorio lontano 5300 km di treno da Pechino. Mi trovo nello Xinjiang, che visto sulla mappa è parte fisica dell'Asia Centrale ed è caratterizzato dall'etnia degli Uighuri: un popolo di religione musulmana e dagli usi tipici dei paesi con cui confina: i territori contesi tra India e Pakistan, il Kazakhstan e il Kyrgyzstan.

Da anni, tuttavia, in questo angolo lontano il governo costruisce grandi infrastrutture, città moderne e importa cinesi "han", ovvero gli "uomini dei fiori", quelli prevalenti nella Cina orientale. Lo Xinjiang è quindi un incredibile miscuglio di razze e di costumi.


Kashgar era uno dei centri più importanti della Via della Seta, il luogo in cui convergevano i vari percorsi per poi dividersi nella rotta settentrionale e quella meridionale, che circumnavigano il deserto di Taklaman. Accanto alla città moderna piena di luci e voci elettroniche che escono da ogni angolo, dietro una delle ultime statue di Mao, sopravvive ancora la città vecchia, fatta di case di fango.

E così incomincio a vagare per i vicoli, incontro una bottega di un barbiere...


... porte decorate e persone curiose...




La lingua parlata qui è lo Uighuro, un dialetto turco, e ancora riesco a farmi capire con quelle quattro parole imaparate a Istanbul. I bambini, però, a scuola devono studiare il cinese, e mi salutano dicendo nihao!



Lontano dalla città ci sono villaggi ancora intatti, dove tutta la popolazione è uighura e l'architettura delle case è quella tipica fatta di legno, paglia e fango. Qui sotto alcune immagini del villaggio di Tuyoq, in mezzo ad un canyon di terra gialla.





In un piccolo mercato di Kashgar gli odori e i colori sembrano quelli dell'India e del Pakistan: e in tutta la città le scritte sono bilingue, in cinese e arabo.




Di serpentelli e lucertolette secche ne vedrò molte: prima o poi dovrò anche capire di cosa sanno. Quando passo davanti ad uno specchio che riflette montagne di frutta secca decido che forse, dopo due mesi, è ora di andare dal barbiere.



Ma Kashgar è famosa per quello che una volta era il più grande mercato degli animali dell'Asia Centrale e della Via della Seta, che si svolge ogni domenica in un grande piazzale polveroso che si riempie fino all'inverosimile di carretti pieni di ogni sorta di quadrupede.



Migliaia di pecore e caprette vengono sistemate in lunghe file, alternandole in modo da ottimizzare lo spazio e impedire che l'intero "blocco" cominci a camminare in qualhe direzione. I compratori passano velocemente, e con mani esperte tastano la spina dorsale, controllano i denti e danno una toccatina ai genitali.





I cavalli vengono "provati" come se fossero automobili: il potenziale compratore sale in groppa e fa qualche metro a passo veloce, poi al trotto e poi si lancia in una veloce cavalcata per verificare il motore. Davanti agli occhi di ovini, bovini, equidi e camelidi si stende una lunga fila di banchetti e macelli, dove si servono ravioli di pecora, zuppe di noodles e verdure piccantissime.



Sono sicuro che questa era la migliore amica del pecoraro, e probabilmente la venderà a peso d'oro...

Quando scende la notte su Kashgar e le botteghe chiudono le strade si animano di una folla di persone intente a mangiare in una miriade di banchetti, tutti cuociono carne ma ognuno specializzato in una parte di animale: c'è l'intestinaro, il tripparo e lo spacca-teste-di-pecora, che con un colpo secco serve le due metà ancora fumanti.





Ho cominciato a spostarmi verso est, usando l'efficiente rete dei trasporti ferroviari. In questa zona remota arriva una sola linea, che percorrerò a tappe di 1000/1500 km per volta fino ad arrivare nell'intricatissima rete centrale: per chi fosse curioso questa è la mappa, e io mi trovo nel punto più a sinistra della sottile linea verde.

Ci vogliono in media più di 20 ore per ogni spostamento, ma i vagoni hanno comode cabine con letti morbidi, un ristorante dove si bivacca e personaggi curiosi. Ho incontrato Jorge, un argentino sui 65, identico a Teo Teocoli con i capelli lunghi, che nella vita ha fatto di tutto: a cavallo del 1968, tra Parigi e Roma, lavorava nel cinema e si è ritrovato ad accompagnare registi ed attori famosi nelle feste "proibite" della Dolce Vita. Memorabile il suo racconto dell'amica Anna (Magnani) che a cena ruttava e piritava per calarsi nel ruolo di una prostituta zigana: lui le aveva cucinato un cotechino.

Oltre le montagne

Kashgar, Cina - 15 ottobre 2010

Finalmente, dopo 12.058 km, ho raggiunto la Cina. Il confine è distante solo 200 km, in linea d'aria, dall'Uzbekistan. Ma, grazie alle frastagliatissime linee di frontiera disegnate da Lenin in un momento goliardico e ai blocchi del governo uzbeko, ne ho dovuti percorrere quasi 2000, più della metà in montagna, per raggiungere la meta. Attraversando l'Uzbekistan, parte del Kazakhstan e il Kyrgyzstan.
Il primo giorno ho viaggiato insieme ad un kirgizo e sua moglie che, come tanti altri abitanti della zona, quando deve percorrere un lungo tratto di strada si apposta in un parcheggio alla ricerca di viaggiatori interessati a raggiungere la stessa destinazione pagando una certa somma. Nel mio caso 10$ per 700 km in mezzo a montagne abbastanza "tranquille".

Chi non era proprio tranquillo era lui: assomigliava a Gengis Khan, era enorme, ed ogni tanto si voltava a guardarmi esplodendo in risate sataniche con in suoi dentoni dorati. Ma alla fine era simpatico, specialmente quando si faceva strada tra mandrie di cavalli e capre suonando il clacson all'impazzata e "tuffandosi" in velocità nel gregge.

I momenti salienti della giornata sono stati l'attraversamento di un lungo tunnel pieno di capre, completamente buio: la macchina, ovviamente, aveva i fari rotti. E poi la visione di una capra mummificata, priva di occhi. E un bel lago montano.


Ma è stato il secondo giorno di viaggio che ha riservato incredibili paesaggi d'alta quota. Insieme a due norvegesi abbiamo affittato un fuoristrada con autista, che ci ha condotto fino al confine cinese. Siamo partiti alle 5 di mattina, e nel primo tratto abbiamo percorso strani canyon circondati da alte montagne innevate, fino a raggiungere la cima di un passo, a 3600 mt d'altitudine.


Sull'altro versante c'erano abitazioni disperse sulle pendici della montagna.

Poi, all'improvviso, un susseguirsi di ampie e sconfinate valli spazzate dal vento e dalla neve, dove i camion arrancano su strade sterrate e dissestate.


A metà strada abbiamno incontrato il villaggio si Sary Tash, in un posto dimenaticato dagli dei, davanti ad un immenso altopiano imbiancato orlato da montagne alte più di 7000 mt, tra le quali svetta il Picco Lenin.


Abbiamo viaggiato ad una quota che oscillava intorno ai 3000 mt, e la strada ha cominciato a salire ancora più su...

... fino a diventare una pista di neve verso le nuvole...

Lì in alto sembrava di osservare il paesaggio dall'oblò di un aeroplano.

Qui sotto il nostro mezzo, una specie di furgone con quattro ruote motrici. Per questa impresa ci è costato solo 60$ a testa.

Ormai la strada viaggia nel cielo...

... ops, camion cinese fuori strada...

Abbiamo così raggiunto il passo Irkeshtam, a quasi 4000 mt. d'altitudine. Dall'altro lato c'era un grande altopiano, orientato veso est, e con un clima completamente diverso. La temperatura, comunque, era mite: solo 0 gradi. Il confine kirgizo è distante 7 km da quello cinese: dopo il controllo dei passaporti un soldato ha fermato un camion per darci un passaggio: eccolo che arriva.

Arrivati in Cina i norvegesi hanno proseguito in bicicletta. Io, invece, sono stato affidato ad un furgone pieno di militari cinesi, con i loro mitragliatori luccicanti. La differenza tra i due confini era evidentissima: i soldati kirgizi venivano a bivaccare, farsi una fumata e farci un po' di domande per soddisfare la loro curiosità. I cinesi, invece, erano sempre marziali: durante il controllo c'era sempre un soldato accanto a me, sull'attenti: quando mi spostavo, lui come un robot ruotava su se stesso rivolgendomi sempre lo sguardo.
La lunga discesa verso Kashgar è stata interrotta dal mio primo piatto di noodles cinesi.

Volendo, però, avrei potuto ordinare una intero caprone arrosto, per 10$ al kg., con tanto di testa e corna.

La grande muraglia

Bishkek, Kyrgyzstan - 13 ottobre 2010

Stamattina, quando le luci dell'alba hanno illuminato l'orizzonte di Bishkek, dalla mia finestrella ho visto l'ostacolo, direi ingombrante, che mi separa dalla Cina: una muraglia di montagne innevate alte 4000 metri, che diventano più di 7000 vicino alla frontiera. Ci vorrano almeno tre giorni per attraversare le valli punteggiate da laghi alpini. Pare accertato che anche Marco Polo, dopo settimane passate ad attraversare le pianure steppose e pensando che in Cina sarebbe arrivato facilmente, abbia esclamato in veneziano "Oh, merda!"

A Bishkek, capitale del Kyrgystan, sono arrivato dopo infinite beghe burino-cratiche: poliziotti di frontiera kazaki che si scordano di darmi la carta di immigrazione (3 ore alla stazione di polizia per chiedere un duplicato), poliziotti di frontiera kirgizi che hanno finito l'inchiostro e mi mettono un timbro invisibile (altre 2 ore per tornare al posto di confine e capire se fossi clandestino o no).

Visto che il tempo non era un granchè sono rimasto nella città: con le nuvole grigie, la grande piazza cementificata e il bandierone rosso, sembrava volermi riproporre un'atmosfera da Guerra Fredda. E proprio in mezzo alla piazza c'è un cubo di cemento, il museo più propagandistico che abbia mai visto, pieno di megacomposizioni scultoree di Lenin proteso o eretto in tutte le posizioni possibili.

Poichè non bastava inondare le sale con le sacre effigi, tutti i soffitti sono stati dipinti con grandi affreschi, alcuni metaforici, altri espliciti. C'è un Reagan col teschio, una Russia impersonata da una donna stupenda, un nemico che spara cannonate e infilza bambolotti. E una folla felice di portare in piazza le immagini degli astronauti dello zar (zar?).


Ora mi ritiro nella guesthouse, gestita da un figlio del sol levante, che per qualche strano motivo è capitato qui e si è unito ad un kirghiza, generando figli con la testa giapponese e il resto ancora da capire.

Sotto: Skakkolenin (lo so, devo smettere di bere vodka)

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