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Giovinezza (pechinese)

Beijing, Cina - 6 novembre 2010






Grande (lunga) muraglia

Beijing, Cina - 5 novembre 2010

Il mio soggiorno pechinese non poteva non prevedere una visita alla Grande Muraglia. E' uno dei luoghi più visitati della Cina, dove ogni giorno si riversano tonnellate di turisti che lo assaltano peggio delle orde dei mongoli di Gengis Khan. E la muraglia è colonizzata da bancarelle, negozi e ristorantini. Non potevo accettare tutto ciò... così abbiamo formato un minigruppo, io, due tedeschi e una svizzera, e abbiamo affittato un autista che ci ha portato al tramonto in un luogo sperduto, dopo l'orario di chiusura del sito.


C'eravamo solo noi, così abbiamo potuto percorrere un lungo tratto totalmente indisturbati: avevamo portato tende e sacchi a pelo per dormire sotto al muro, ma l'improvviso arrivo di temperature polari e un vento fortissimo ci ha fatto desistere e optare per una bettola poco distante.

Ciò che impressiona di più della Grande Muraglia non è tanto la sua dimensione "locale", ma la sua lunghezza e il suo dinvicolarsi in forme serpentine sui fianchi delle montagne fino a perdersi in qualche valle lontana. Tanto e vero che veniva utilizzata non solo come forma di difesa, ma anche come "autostrada" per trasportare le merci nelle remote zone montuose. Si dice che sia l'unica struttura singola, creata dall'uomo, a essere visibile dallo spazio: pare tuttavia che questa affermazione sia frutto di propaganda maoista poichè, benchè sia lunghissima, non è sufficientemente larga da essere vista da migliaia di chilometri di distanza. Ma è pur sempre un opera gigantesca, dalla lunghezza stimata in più di 6000 km, c'è chi dice addirittura 8000!

Il tratto che abbiamo percorso, salendo e scendendo faticosamente sui gelidi gradini, oltre a essere piacevolmente desolato era anche non restaurato: era così visibile gran parte della pietra originale e delle tecniche costruttive. Il promotore di questa mastodontica opera difensiva fu l'imperatore Qin Shi, nel quarto secolo dopo Cristo, lo stesso che volle per se l'esercito di terracotta di Xian! I cinesi devono essere grati a Qin Shi...

Nella foto si può notare quale sia il lato rivolto verso la Mongolia, e cioè verso i barbari: quello col parapetto più alto e con le fessure per lanciare le freccie. Nell'immagine sotto si vede la scala che, a intervalli regolari, permettere di raggiungere il livello del suolo, ovviamente uscendo solo dal lato interno.

Le torrette di osservazione, come quella della prima foto, servivano da rifugio e da centro di comunicazioni: erano tutte posizionate ad intervalli tali da permettere agli occupanti di comunicare a vista usando i segnali di fumo: in questo modo un messaggio poteva percorrere migliaia di chilometri di montagne in pochissimo tempo.

Nella foto sottostante è visibile la tecnica di costruzione del muro, simile a quella delle mura romane e di tante altre cinte difensive sparse per il mondo: venivano realizzati i due muri "portanti" laterali e riempiti di pietra e detriti tenuti insieme dalla malta. Questo blocco così unito resiste ai millenni.

Siamo stati sulla muraglia sia al tramonto che all'alba, quando facevano cinque gradi sotto zero e il vento congelava le mani. Ma a essere lì, da soli, sembrava davvero che una qualche freccia mongola sbucasse all'improvviso dai cespugli.

Sotto, foto di gruppo.

La sora Lee, l'Elvis di Shanghai e altre amenità

Shanghai, Cina - 1 novembre 2010

Shanghai non è solo un mucchio di scintillanti grattacieli e palazzoni periferici. C'è anche un lungofiume con alcuni edifici degli anni '30 e la cosiddetta "Concessione Francese", un quartiere di case di mattoni fondato all'epoca delle "colonie" europee in Cina. Solo che adesso è diventato un posto per fighetti, pieno di localini e cafè, che lo fa assomgliare più a un posto di villeggiatura della Costa Azzurra che ad un vecchio quartiere cinese.

In mezzo alla Concessione, però, c'è il parco Fuxing, dove i non più giovani di Shanghai vanno a fare le cose più strane. A metà pomeriggio arrivano parecchie coppie over 50 che cominciano a ballare, senza musica, solo per muoversi e provare i passi. Nella foto sopra due pischelletti si sono appartati in un silenzionso portico, mentre sotto un signore sta provando alcuni pezzi con il suo sax.

Chi cerca un po' di compagnia troverà numerosi tavolini per fare una partita a dadi, a dama cinese oppure a carte, ma a quanto pare i curiosi sono parecchi e la privacy non è garantita...

Ma è in mezzo al prato che si osservano le cose più strane e inusuali. Innanzitutto ci sono anziani che vanno a far prendere aria all'uccello: si vedono passeggiare sorreggendo la loro gabbietta, mentre il volatile cinguetta felice per la gita fuori porta. Poi fanno ginnastica nei modi più bizzarri: ci sono quelli che camminano all'indietro, quelli che avanzano roteando su se stessi, chi sta seduto nell'erba con le mani in alto, e cosi via... la signora qui sotto corre a passi eccessivamente lunghi facendo slalom tra i cespugli con le mani unite dietro la schiena.

Questi qui sotto, invece, usano una specie di trottolone in bilico su due fili, che comandano con le bacchette come direttori d'orchestra: con questo "gioco" si tengono in movimento e meditano accompagnati dallo stranissimo suono che il trottolone emette quando comincia a ruotare velocemente, a metà tra una campana tibetana e un ronzio alieno.

Ma l'attrazione del parco era ancora da venire: sentivo una voce che cantava a squarciagola con accento cinese, ma in lingua inglese, alcuni classici del rock. Mi avvicino e trovo un arzillo settantenne che comanda un computer sistemato su un carrello di supermercato e dotato di un potente impianto karaoke: ha un catalogo con migliaia di canzoni e le conosce tutte. Raccoglie pure un folto pubblico cinese che lo applaude ad ogni canzone. Quando mi avvicino mi chiede se voglio fare un duetto: dopo un attenta scelta sul catalogo è saltata fuori "It's now or never" di Elvis Presley, che abbiamo magistralmente interpretato per la felicità dei cinesi che non hanno resistito a immortalarci in video con i telefonini...

C'è una cosa che di Shanghai mi è rimasta nel cuore: la zuppa di ravioli della sora Lee. Talmente grossi e ripieni che a metà scodella avevo già la panza piena. Li cucinava nel più semplice ristorante del mondo, una pentola sul marciapiede, e me li serviva su un tavolaccio in un lurido garagetto. Mi ero affezionato e quando mi vedeva arrivare preparava la scodella e me la faceva trovare già pronta sul tavolo con un bel sorriso di contorno. Per 7 yuan, meno di un euro. Serviti anche alle 8 di mattina, per far passare la sbronza di vodka della sera prima, insieme ad amici russi con i quali abbiamo movimentato il padiglione italiano e ci siamo fatti cacciare dalla security romana.... ahah!
Viva la sora Lee!


Exboh

Shanghai, Cina - 31 ottobre 2010

A Shanghai, ancor prima di visitare la città, mi sono avventurato nella gigantesca area dell'Expo Universale, in assoluto la manifestazione internazionale più costosa mai realizzata. Più di 190 paesi espongono all'interno dei rispettivi padiglioni ciò che di meglio hanno da offrire: dall'artigianato alla super tecnologia, dalla cucina alle risorse turistiche. A volte, invece, l'esperienza diventa più "sensoriale" e rasenta l'installazione artistica.

Ma ancor più interessante è l'architettura dei singoli padiglioni, che va dallo stille "orrendo" al "fantasmagorico", passando per tutte le vie di mezzo: un ottima prova per vedere come ogni singola nazione si pone nei confronti del mondo.

Padiglione olandese

L'afflusso è biblico: milioni di cinesi e pochi sparuti occidentali. I controlli sono scrupolosissimi: sarebbe più facile entrare al Pentagono. Le file per entrare ai singoli padiglioni si snodano in infiniti serpentoni di persone con gli occhi a mandorla: gli altoparlanti appesi ai pali proclamano l'attesa stimata per ciascuna visita, che può arrivare fino a 5 ore!

Curve australiane

Per i cinesi questo è sicuramente un evento eccezionale: attendono per ore per entrare a visitare virtualmente un paese e farsi le foto davanti alle reliquie di terre lontane. In più sembrano impazzire con dei finti passaporti che in ciascun padiglione si fanno timbrare da alcuni addetti ormai ipnotizzati: li ho visti leggere un libro e timbrare in maniera automatica, spesso finendo per stampare il tavolo o le mani dei visitatori. E c'è la caccia al timbro del paese raro: ho visto persone rotolare a terra nella corsa affannosa verso il timbratore, con una decina di passaporti finti per sè e per gli amici, senza neanche andare a vedere il contenuto del padiglione.

L'incombente padiglione cinese

Teoricamente lo 0,01% di non-cinesi deve fare la fila come tutti gli altri, eccetto che nel padiglione del proprio paese, col rischio però di visitarne due in un giorno a causa dell'attesa eccessiva. Il che è una pecca organizzativa, perchè davvero c'è uno straniero ogni diecimila visitatori, e magari sta in città solo per due giorni. Io ho escogitato tutte le tattiche possibili per rimediare alla mancanza: dai tedeschi ho fatto una dichiarazione pro-Germania all'addetto all'ingresso V.I.P., dai francesi ho urlato "France! France!" ad un poliziotto occhialuto mentre sventolavo il passaporto italiano, alla spagnola è bastato un sorriso e un "Que tal!" ed in molti casi ho semplicemente camminato a passo veloce nell'entrata riservata allo staff senza guardare negli occhi i poliziotti, e mi è andata bene. Ma ai padiglioni asiatici era impossibile: la differenza fondamentale che ho notato con noi occidentali è che a loro manca totalmente la capacità di ragionare al di fuori delle regole, anche quando basterebbe un po' di buon senso. In qualsiasi caso, se devono seguire una procedura non c'è modo di uscirne, anche se questa prevede ad un certo punto il suicidio tramite taglio della pancia.

Disco volante in visita a Shangai

Ero interessato soprattutto all'architettura dei padiglioni e agli allestimenti interni, e posso dichiarare che ormai va di moda il "traforato" e valanghe di led luminosi. Quasi tutti i padiglioni con una ricerca estetica più curata hanno la superficie in vario modo bucherellata o ritagliata. Come potevo immaginare, alcuni paesi hanno realizzato delle vere e proprie installazioni di arte moderna sofisticatissime, pur rimanendo nel tema dell'Expo, e cioè mostrare la cultura del proprio paese al mondo.

Nel padiglione tedesco

La Germania, oltre ad un percorso che stimola in vario modo tutti i sensi, ha realizzato una spettacolare performance basata sugli effetti luminosi e sonori generati da una gigantesca palla di led sospesa ad un pendolo all'interno di un dantesco teatro spiraliforme, dove le persone si affacciano nella cavità sorreggendosi ad una rete. Il tema era quello della "ricerca di nuove forme di energia", e l'unione di immagini, effetti luminosi e musica era a tratti commovente. Il tutto progettato dagli studenti dell'Università di Stoccarda.

Il Canada ha affidato la progettazione niente di meno che al Cirque du Soleil, con un risultato, è inutile dirlo, spettacolare. C'era anche un teatro dove una sovrapposizione di immagini e suoni dava la sensazione di una passeggiata in una città canadese, anche con risvolti "emotivi".

Gli USA hanno optato per filmati multimediali propagandistici

La Spagna ha realizzato un enorme copertura di rattan, ed un tunnel di effetti audiovisivi dove altrettanto spettacolari ballerine di flamenco si scosciavano nel tripudio del pubblico cinese.

Il porcospino inglese

L'inghilterra ha giocato tutto sull'ecologia e l'attenzione alla biodiversità, realizzando un originalissmo "Tempio dei Semi", simile ad un enorme porcospino, i cui aculei erano delle barre di fibre ottiche in grado di trasportare la luce fino alla loro estremità interna, dove erano "fusi" migliaia di tipi di semi come se fossero sati catturati da una moderna ambra tecnologica. Insomma, ogni paese con una provata cultura estetica ha proposto qualcosa per stupire in vario modo il pubblico.

Gli "aculei" visti dall'interno

Ed ora veniamo all'Italia.
Pare sia stato il padiglione più visitato dopo quello della Cina. Gli stranieri impazzivano e i cinesi si facevano le foto come se fossero a Piazza di Spagna. Io storcevo un po' il naso: alla ricerca di prove di stupendevole creatività sono rimasto a bocca asciutta. Il padiglione era un cubo tagliato in vario modo, in cui le linee diagonali volevano richiamare i bastoncini del gioco "Shanghai". Solo che solo noi lo chiamiamo così, perchè nel resto del mondo è conosciuto semplicemente come "Pick the sticks". Vabbè.

(In)Cubo italiano

Non era male, ma pur sempre un palloso cubo di cemento già visto altrove. Mannaggia agli architetti. E poi, il tanto declamato "cemento trasparente" è in realtà una mezza sòla, perchè non c'è nessun mistero molecolare nel sua composizione: semplicemente delle strisce di plastica posizionate trasversalmente nell'impasto dei mattoni fanno passare un po' di luce.

All'ingresso c'era una copia di prezioso compensato della facciata del palladiano Teatro Olimpico, simile ad un arco di trionfo, dove i cinesi avevano il coraggio di farsi le foto. Poi una macchina d'epoca e un paio di plastici architettonici, uno era un Pantheon un po' storto.

Scarpa scarpata e sedie penzolanti

In un altra sala c'era una scarpa di donna, con tante, tante scarpe attaccate. Donne impazzite a fotografarsi davanti all'oggetto. E una Ferrari.

Poi una grande hall con la riproduzione di cartongesso di un pezzo di cupola del Brunelleschi, sorretta da due orribili colonne cromate, a cui era attaccata una scala mobile: questa era davvero una pacchianata. Nella stessa sala c'era una intera orchestra (sedie e strumenti) attaccata ad una parete verticale: questa era interessante, ma potevano inventarsi qualche coinvolgimento di luci e suoni, e invece era muta...

Mancavano le farfalle

E poi la sala della vera cultura popolare italiana, con idee davvero originali: da un lato una bachecona con bottiglie di vino e i rispettivi bicchieri. Dall'altro scatole di plexiglass con dentro i rigatoni. E anche i ditaloni rigati. E alcune varietà di fusilli.

Al piano superiore, una saletta propagandistica della Regione Lombardia, in puro stile "convegno" di una qualsiasi provincetta del nord, con tanto di video di Formigoni che parlava mezzo cinese, e una zona con noiose proiezioni di foto italiane, dove i visitatori si immortalavano come se fossero veramente in visita nel Bel Paese, utilizzando il flash in modo da bruciare per bene lo sfondo proiettato.

Panorami rumani

Da questa originale serie di luoghi comuni emergeva una mostra di ori di Bulgari e di stupendi monili e gioielli d'oro di epoca romana, con delle disdascalie talmente piccole e trasparenti che nessuno si è accorto che erano oggetti di duemila anni fa eccezionalmente provenuti dal Museo di Taranto. Conservati in bachechine traballanti. Il mio pensiero va ai responsabili del museo che staranno tremando nell'attesa che gli ori ritornino sani in patria.

Ori e allori sottovalutati

Ah, c'era un ristorante che cucinava piatti di carbonara a 15 dollari l'uno, dove il responsabile antipatico agitava le mani verso i camerieri cinesi per farsi rispettare.

Ora, visitando gli altri padiglioni e poi quello italiano (ma anche viceversa) si ha, inevitabilmente, questa esperienza sensoriale: agli organizzatori la voglia di coinvolgere un po' di frizzante creatività italiana non gli è venuta manco un po'. Hanno preso gli allori di cui l'Italia è già dotata e li hanno posizionati per bene nel padiglione, insieme a un po' di luoghi comuni, propagandetta e pasta.

Perciò non mi resta che ringraziare ufficialmente l'addetta che ha passato notti insonni a decidere quali scarpe attaccare alla scarpa gigante e a girare per le boutique a scegliere i tacchi. E anche i due sommelier nervosi che hanno litigato per combinare bicchieri e bottiglie. E scatole di pasta. E grazie al responsabile con l'accento nordico che avrà detto "mettiamo questo Ferrarino o quello?". Però prima, per tutti, un po' di bu-bu.

Lo sapevate che....

Shanghai, Cina - 29 ottobre 2010

... la Cina utilizza la META' DEL CEMENTO DI TUTTO IL MONDO? Il problema è che qui, per motivi politici e filosofici, "progresso" significa innanzitutto liberarsi di tutto ciò che sembra vecchio e imitare e possibilmente esasperare i modelli occidentali. Sono spariti i vecchi e caratteristici quartieri si Shanghai fatti di casette fumose, rimpiazzati dall'ultramoderno quartiere di Pudong, sull'altra ansa del fiume.

Mazzi di grattacieli

Gioventù shangata

Di notte

Ci sono centri commerciali identici a quelli europei, con gli stessi marchi: questo è l'aspetto che meno mi piace della globalizzazione, c'è persino Carrefour e Oviesse. E' l'Apple Store identico a quello di Manhattan. Ne approfitterò per comprarmi nuovi scarponcini da trekking North Face.

Alle spalle della città, lontano dai luoghi più affollati, l'aspetto cambia e la colata di cemento diventa più alienante.




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