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Piccole vendette

Kunming, Cina - 3 dicembre 2010

Sto organizzando gli ultimi dieci giorni nello Yunnan prima di attraversare la frontiera per l'ultima tappa del viaggio, che è Hanoi. Avendo quindi bisogno di un visto del Vietnam mi sono recato al consolato di Kunming (dove alla base dell'edificio c'è un albero di Natale con i pacchi), ho compilato diligentemente il modulo e pagato la tangente per avere il servizietto eseguito in sole 24 ore. L'unico problema è che il passaporto ha praticamente finito le pagine: i vietnamiti hanno quindi dovuto decidere di coprire una pagina occupata da vecchi timbri.
Secondo voi quali hanno scelto per questa operazione? Quelli americani, ovviamente!

Una delle vittime capitaliste spunta ancora dall'incombente visto socialista

E' Natale!

Kunming, Cina - 2 dicembre 2010


No, non mangerò Big Mac per portarvi l'Hello Kitty vestita da Babbo Natale

Si sta avvicinando Natale, che è una festività molto sentita nella cattolicissima Cina! Dovunque spuntano plastici abeti con grandi pacchi che Gesù Bambino porterà a tutti i cinesi buoni, ovvero quelli che sputano meno di un litro di muco al giorno (cioè nessuno).

Nelle grandi città è un tripudio di megaschermi che annunciano la Santa Notte con immagini di chalet alpini e renne, animale tipico della Cina continentale, con tanto di karaoke traslitterato in cinese per cantare in inglese le canzoni di Natale, che risuonano in tutti i centri commerciali...

Holy Night

I bambini, disorientati, non sanno se devono accendere l'incenso ai piedi di Babbo Natale, visto che porta tanti doni, ma le mamme li rassicurano che quello con la barba bianca è un altro tipo di Buddha, anche se ai loro occhi i festoni colorati assomigliano proprio alle bandiere tibetane che adornano gli stupa... magari qualcuno avrà lasciato qualche pezzo di burro di yak pure per lui, con questo freddo ne ha bisogno!

Tutti alla ricerca delle sante palle

Sul treno

Chengdu, Cina - 1 dicembre 2010

Sono reduce da 65 ore di treno, che ormai affronto come se si trattasse di un quarto d'ora in metropolitana. I tempi e i ritmi si sono ormai talmente dilatati che una tale traversata non sembra poi così lunga: soprattutto quando il treno percorre la ferrovia più alta del mondo!
Il primo giorno, di ritorno dal Tibet, il percorso si snoda lungo montagne, altipiani e distese ghiacchiate, laghi semicongelati e fiumi che si perdono all'orizzonte. L'altitudine oscilla tra i 3500 metri e supera in alcuni tratti i 5000!

Paesaggi del plateau

E' incredibile come anche a queste altitudini ci siano piccole fattorie e allevamenti di yak, che punteggiano il panorama con le loro sagome nere. Parte delle ferrovia è costruita sul permafrost, cioè una strato del terreno perennemente ghiacciato. Anche se pare ci siano stati dei problemi, ed il governo cinese è dovuto ricorrere ad enormi condutture sotterranee per ricongelare il terreno che si stava sciogliendo.

Mandrie di yak

Quando sentivo parlare di questo treno mi meravigliava sempre il fatto che fosse "pressurizzato" come gli aeroplani, a causa degli sbalzi di pressione dovuti ai luoghi estremi che attraversa: il personale, prima che il treno parta, fa firmare una dichiarazione dove si attesta di essere a conoscenza dei rischi che si corrono attraversando il plateau tibetano, e fornisce a tutti una mascherina per l'ossigeno. Tuttavia, sia all'andata che al ritorno, il treno ha viaggiato con alcuni finestrini aperti, con il ghiaccio che si formava sui vetri, le bocchette dell'ossigeno sputavano aria a tutto spiano e un vento gelido attraversava i vagoni, tutt'altro che pressurizzati!

Il display segna '4368 metri' e le finestre sono aperte

Le cabine a quattro letti soft sleeper sono comunque comode, persino dotate di presa per la corrente elettrica e brocca con acqua calda. Altrimenti ci si deve accontentare dei più popolari hard sleeper, scompartimenti aperti a sei letti o, nei casi peggiori, anche dei vagoni hard seats, letteralmente "sedili duri", e io ho provato pure quelli.

Una cabina 'soft sleeper'

Alcuni treni sono addirittura ipermoderni: il treno veloce che ho preso da Shanghai a Pechino aveva degli schermi televisivi per ciascuno letto della cabina, e tante varie amenità, per non parlare della stazione spaziale, la più moderna e gigante che abbia mai visto, talmente grande che sul fondo della hall principale c'era la nebbia.

La stazione spaziale di Shanghai e il treno superveloce

Tra le varie esperienze, come dicevo, ho passato anche una quindicina di ore sui "sedili duri", in genere localizzati in vagoni che si riempiono fino all'esaurimento del volume d'aria disponibile. Le donne dell'equipaggio, che oltre a pulire i bagni, controllare i biglietti e presidiare i vagoni vendono anche di tutto, dal cibo agli yo-yo elettronici, si fanno strada con i loro carrelli in mezzo alla distesa di corpi.

In ogni vagone lungo il corridoio c'è la zona lavandini, dove la mattina le cinesi in calzamaglia arrivano per truccarsi e sputacchiare qua e là, tra un mascara e un fondotinta, mentre i mariti preferiscono svuotare le loro caverne mucose nei secchi o per terra, se proprio non fanno in tempo a trattenersi.

E poi c'è l'elemento principale di ogni carrozza: il bidone dell'acqua bollente, gratuita e infinita! Ma a cosa serve? Bene, innanzitutto i cinesi vanno sempre in giro con il loro thermos per il the verde, che riempiono in continuazione e bevono ovunque. E poi c'è il cibo istantaneo, che è l'alimento prevalente dei viaggi in treno.

Cominciamo con gli Instant Noodles!

Se si pensa che in un istante qualsiasi stanno viaggiando almeno dieci milioni di persone sulle ferrovie cinesi, e che metà mangia instant noodles, si può immaginare la quantità enorme di queste scatolette che ogni giorno escono dalle fabbriche cinesi. Costano l'equivalente di 40 centesimi di euro, significa che sti tipi possono nutrirsi con un dollaro al giorno.

Si presentano come dei cilindri che riportano una immagine di ciò che si ottiene seguendo le istruzioni. All'apertura appare il grumo di noodles secchi, dall'aspetto vagamente cerebrale, e tre o quattro bustine con gli ingredienti liofilizzati. C'è sempre almeno una bustina che contiene una materia pastosa, marrone e puzzolente. Ed una forchettina pieghevole.

Dopo aver versato gli ingrdienti si va al bidone dell'acqua bollente, e si riempie il barattolo fino alla linea indicata, non un centilitro di differenza. Dopodichè si chiude il coperchio, e si aspettano dieci minuti: i composti si amalgamano, dalla polverina emergono verdure e pezzi di carne che non si capisce dove erano prima, e i noodles sono pronti. Vanno rigorosamente mangiati succhiandoli il più rumorosamente possibile, e il resto della broda va poi bevuto.

E poi c'è l'Instant Cappuccino!

Anch'esso si presenta sottoforma di barattolo, che contiene una bustina di polvere, un sospettoso barattolino e una cannuccia. L'immagine sulla confezione suggerisce che, oltre ad ottenere una specie di caffèllatte, l'utente sarà sorpreso da altri retrogusti che possono andare dalla fragola alla menta.

Dopo aver versato la polvere si apre il barattolino, che contiene una specie di liquido amniotico nel quale galleggiano pezzi di gelatina trasparente. La prima volta non l'ho versato, e il risultato non era un granchè. Poi ho aggiunto anche lo slime, ed è venuto fuori un cremoso cappuccino! Come al bar! Tranne i pezzi di gelatina ai frutti di bosco che, una volta impregnati di caffellatte, risalgono su per la cannuccia e vanno ciancicati durante la consumazione. I cinesi ne vanno pazzi, e io mi ci sono abituato.

Volendo ci sarebbe pure il vagone ristorante, ma provate voi a mangiarvi ogni giorno la colazione sotto illustrata, che mi sono sorbito nell'ultimo viaggio: zuppetta sciapa di riso con due boli di pane ipermollicoso, un uovo sodo, rape ultrapiccanti, foglie di cavolo, noccioline fritte e fette di similcarne al peperoncino.

Ma cosa si fa in questi lunghi viaggi? Bhe, come dicevo, il metabolismo è rallentato, un po' come gli ipotetici viaggi intergalattici: si vive in una specie di stato sonnolento, interrotto al massimo dagli scatarramenti dei cinesi di entrambi i sessi. Quindi si legge, ci si diverte a non parlare cinese con i cinesi che si fermano a salutare, se si incontra qualche altro "occidentale" si condividono itinerari di viaggio e suggerimenti.

E poi da quest'anno c'è l'ultraboom dei netbook, i minicomputer portatili di cui mi sono dotato anche io: il 90% dei viaggiatori ne ha uno, anzi, i più "purciari", quelli che contano pure i centesimi, in genere tirano fuori il Mac Pro. Le guesthouse ormai si dotano prima di collegamento WiFi, e spesso dimenticano il riscaldamento (giuro). E così tra un incontro e l'altro ci si scambiano film sconosciuti e documentari di tendenza (anarchica) che allietano le lunghe ore di attesa in treno.

I "prodigi" della tecnica e il fuso orario favorevole mi permettono di scaricare una copia elettronica del giornale cartaceo prima che, probabilmente, facciate in tempo ad andare in edicola. E così, almeno da qui, mi diletto con gli ultimi scoop dal bel paese.

L'ultima che mi è capitata sul treno è davverio curiosa: vado a dormire quando in cabina non c'era nessuno, e non mi accorgo dei movimenti notturni. Verso le sette di mattina i miei sogni vengono interrotti da un forte "ChicchiriChiiiiiii!!!!!": mi sveglio, strofino gli occhi, mi giro, e sento il pianto di un bebè. Nella cabina non c'era nessuno, tranne un minuscolo fagotto semovente sull'altro letto. E un gallo vivo chiuso dentro ad una busta.

Volevo cercare su Google "gallo + pupo", ma non c'era collegamento.
Dopo un po' arriva la madre, una procace ventenne, con la busta dei trucchi: era in bagno a rifarsi il look. Il gallo era il regalo per i genitori.

La Montagna

Tibet/Nepal Border, Tibet - 26 novembre 2010

Alba del 26 novembre 2010, al confine tra Tibet e Nepal.
Venticinquemila km percorsi da casa, via terra.
La foto è un po' storta, ma che importa.
Sto rannicchiato su una spianata di sassi, a 5100 mt. d'altitudine, facendo finta di non percepire i 15 gradi sotto zero che stanno congelando le dita dei miei piedi. Sull'iPod ho scelto "Great Gig In The Sky" dei Pink Floyd.
Davanti a me c'è la montagna più alta del mondo.
Appena i primi raggi di sole illumineranno la cima, quasi quattromila metri più in alto, premerò "play". Ringrazio il Sole e gli altri Poteri Galattici per avermi regalato un cielo completamente limpido e un Campo Base senz'anima viva.

Siamo arrivati in sei, dopo tre giorni sfiancanti in cui metà del gruppo si è sentita male, compresa la guida che è svenuta due volte (non aveva dormito per niente). Per fortuna l'autista era un tibetano inossidabile. Eravamo io, due americani, un australiano, una tedesca e un inglese, conosciuti via mail e incontrati a Lhasa per dividere il costo del trasporto. Appena arrivati sulla spianata ci siamo dispersi tra i sassi, ognuno alla ricerca del suo angoletto magico. L'adrenalina ha dissolto ogni residuo di malanno.

Per arrivare qui abbiamo percorso quasi 600 km di montagne, scendendo e risalendo a quote comprese tra i 3500 e i 5000, più volte nello stesso giorno, mettendo a dura prova il fisico. Già a tremila viene il fiatone a fare le scale. A cinquemila c'è il 30% di ossigeno in meno, sembra tutto normale finchè non si fanno due passi troppo veloci: una emicrania istantanea colpisce chi non cammina a passo di lumaca. Se non avessimo fatto il cosiddetto "acclimatamento" a Lhasa saremmo dovuti tornare indietro.

Lungo il percorso abbiamo incontrato montagne, laghi, ghiacciai. Ogni luogo estremo, come i passi di montagna, è considerato sacro e ricoperto da centinaia di "bandiere della preghiera", i fazzoletti colorati stampati con i salmi tibetani.

Il "taglio" orizzontale sulla montagna è il tratto di strada che ci aspetta...

Abbiamo attraversato villaggi polverosi, la pelle degli abitanti era piena di rughe scavate dal sole e dalla vita vissuta in luoghi estremi. Una mandria di cavalli è passata al galoppo, quasi fosse stata inviata dal ciak di un regista cinematografico.


Al secondo giorno, con alcuni componenti del gruppo stremati, è arrivato il primo grande regalo del Dio della Geografia Panoramica: le montagne tibetane, che fino a quel momento erano sembrate massicce e insormontabili , si sono improvvisamente aperte e inchinate ad una sterminata catena di cime innevate, che occupava tutto l'orizzonte: l'Himalaya.

Sembrava di guardare un atlante: dal punto in cui mi trovavo erano visibili le montagne del Buthan, del Sikkim indiano e del Nepal. Mi sono ricordato di una cosa che mi aveva raccontato l'argentino conosciuto a Kashgar: un divo è colui che, al suo passaggio, fa ammutolire una sala di personaggi famosi. Ebbene, l'Everest fa questa impressione. Senza che nessuno lo indichi tra gli altri "ottomila", appena compare sulla scena è immediatamente riconoscibile, quasi fosse carico di un'aura di energia percepita inconsciamente.

Manca ancora un giorno per raggiungere quella montagnona sullo sfondo...

Il terzo giorno, dopo aver attraversato innumerevoli checkpoint, aver compilato i permessi speciali e percorso per quattro ore una strada sterrata siamo arrivati finalmente ad uno sperduto villaggio ai piedi dell'Everest, che domina sullo sfondo.

Una donna sta portando a casa l'acqua presa da una sorgente che sgorga da un fianco della montagna, si dice sia miracolosa, ne ho bevuta un po'. Queste persone vedono ogni giorno una montagna considerata sacra dai tibetani e assolutamente speciale dagli scalatori. Anche per loro è la più alta del mondo, perchè il loro mondo è questa valle: chissà se immaginano da dove vengono questi buffi personaggi colorati armati di piccozza e bombole d'ossigeno, loro che non hanno neanche mai visto il mare!

Quella notte, prima dell'alba, abbiamo dormito a valle, in una lurida bettola senza luce e senza acqua. Avevamo una camera comune in cui i letti erano delle brande ricoperte di tappeti zozzi. Mentre entravamo nell'auberge una ventina di ragazzini affamati è spuntata dal buio, prima ci hanno aggirato indicando le buste con le cibarie, poi, senza aspettare l'eventuale offerta, si sono avventati strappando la plastica e raccogliendo qualunque cosa cadesse, litigandosela come assatanati. Una bottiglia di birra è caduta frantumandosi: uno di loro ha passato la mano per terra, intingendola nella schiuma, per poi leccarla. Dopo la razzia sono di nuovo spariti nel buio. Abbiamo capito che non avrebbero toccato alcun oggetto di valore, erano concentrati solo sul cibo.

Più tardi sono sceso in strada a lavarmi i denti, con una bottiglia d'acqua e lo spazzolino. Temevo che rispuntassero i predatori: la luce della luna piena li aveva sostituiti con una decina di cani, che mi guardavano con curiosità quando sputavo la schiuma dentifricia. Sono andato a dormire tranquillo.

La suite, illuminata da una torcia

La padrona di casa, che ci ha cucinato ottime zuppe

L'ingegnoso sistema per scaldare l'acqua con i raggi solari

Se non si capisce, c'è scritto "TIBET"

Tibetans

Lhasa, Tibet - 25 novembre 2010

Il Tibet è la seconda regione più grande della Cina, più di un milione di km quadrati di montagne e altipiani, popolata da 3 milioni di persone incredibilmente diversificate dal punto di vista etnico. Confinando con l'India, il musulmano Xinjiang, il Nepal, il Bhutan e le regioni di origine mongola del nord, e caratterizzato da alte cime montuose che isolano i gruppi etnici preservandone i costumi, il Tibet è una regione totalmente diversa dal resto della Cina, sia dal punto di vista culturale che geografico.

Lhasa, meta di pellegrinaggio per i fedeli della regione, è una pittoresca vetrina di tutta questa umana varietà. Mi sono fermato per ore nella piazza centrale a fotografare gli sguardi di persone che spesso venivano da me e si fermavano per guardarmi, sorridendo senza sapere che dire, ma contenti di essere capitati lì, davanti ad uno strano occidentale. Alcuni di loro hanno lineamenti così distintivi da sembrare famosi attori del cinema.


Sembra una acconciatura femminile, ma la treccia, la fascia rossa e il turchese all'orecchio identificano un gruppo etnico del Tibet orientale

Potrebbe fare la controfigura ad Hollywood...

Sotto alla mantella nasconde un fucile per un duello alla Sergio Leone?

Si sta concentrando per far muovere la montagna



Anche lui è tibetano, anche se sembra uscito da una corrida spagnola




Occhi a mandorla, lineamenti quasi occidentali, chissà da dove viene questo DNA

Lui lo vedo in un kolossal western...

Lei, invece, è cinese

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