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Mesopotamax

Hasankeyf, Turchia - 30 agosto 2010

Il sud est della Turchia è un'arida zona collinosa interrotta da qualche rilievo brullo, resa a volte interessante da canyon rocciosi. La cittadella di Mardin, dove ho trovato una bettola, è abbarbicata su uno degli ultimi rilievi prima che inizi l'immensa pianura della Mesopotamia, ad un tiro di schioppo dal confine con la Siria. E' proprio da queste parti che nascono Il Tigri e l'Eufrate, i due fratellini fluviali che bagnavano la culla: quella della civiltà. E infatti a fare colazione davanti a questo panorama, con due panzerotti al formaggio e una Pepsi, mi sono sentito molto più civile.


I vecchietti qui sopra portano il tipico pantalone curdo: larghissimo, con il cavallo che scende quasi alle ginocchia ed una ulteriore piccola sacca centrale.


Sopra: il 30 agosto si festeggia la fine della guerra Greco-Turca. In tutto il paese case e monumenti vengono addobbati con la bandiera nazionale. Soldati accorrono alle statue di Ataturk per presenziare le cerimonie ufficiali. Nel piccolo centro dove mi trovavo, un po' rozzo, un trattore ha invaso il palco della rappresentanza per riprendersi le sedie mentre gli ufficiali si erano appena alzati per il saluto finale.

Sopra: la simpatica bambina curda mi ha preso di mira. La tipa è una che la sa lunga: si noti come impugna professionalmente il polso della mano che sorregge la pistoletta.

Durante il percorso verso il lago Van mi sono ritrovato nello splendido villaggio di Hasankeyf, abitato da migliaia di anni, e sembra un presepe. Sono sicuro che lo sperone roccioso è fatto con la carta delle montagne. Prima dei vari popoli assiri, sumeri, ottomani e pure romani c'erano abitazioni trogloditiche scavate su tutta la parete rocciosa che lo circonda. Le rovine di un gigantesco ponte di pietra concludono il concentrato di storia.


Quando ho visto le fresche acque non ho resistito: ho sentito l'impulso di togliere tutti i vestiti e farne una grossa palla e gettarla nel Tigri. Dopodichè mi sono incamminato verso la Mesopotamia, e ho cominciato a parlare con me stesso.

Sotto, due personaggi locali: una mesopotama, e un mesopotamax.

Vita Pratica - 1

Mardin, Turchia - 29 agosto 2010

Ed ora la rubrica "Vita Pratica".
Dopo settimane di kebab mangiato per strada ho deciso di dare una svolta al fegato e andare al ristorante: il menù che mi viene presentato (foto sopra) offre quattro portate. In senso orario, cominciando in alto a sinistra: insalata di testa di pecora bollita, oppure intestini (di pecora) ripieni, o perchè no una bella insalata di cervello di pecora, o infine un banale pollo arrosto. Ho temuto che anche il pollo fosse ripieno di pecora. Sono andato a mangiare il kebab.
Per fortuna bevo tonnellate di yogurt, che qui viene servito allungato con acqua e sale, e fa bene. Ai minimarket lo yogurt normale viene venduto in fusti da 4 kg, e costa 3,5 euro.

Sotto, l'immagine di una comoda stanza larga un metro e mezzo, in una splendida bettola curda. Costava 12 euro, ed è pure troppo, ma dato che è ancora Turchia ci si può stare. I Turchi in quanto a televisione sono megalomani: a Van la maggior parte dei balconi ha tre antenne paraboliche. Così si possono avere almeno 200 canali di telenovele anatoliche.

Nelle foto in basso, attività maschili: gli uomini, a seconda dell'età, si posizionano sul lato della strada in diverse fasce orarie. I vecchietti sono capaci di discutere in sei sulla corretta pesatura dei meloni. I più giovani si riuniscono di sera per sfidarsi a backgammon, gioco da tavola morbosamente diffuso in tutto il Medio Oriente.


E infine un esempio di autista turco in zona climatica desertica. Si notino la pelliccia bianca sul sedile e intorno alla leva del cambio. La tovagliona ricamata che copre tutto il cruscotto (compreso un malefico coniglietto indemoniato). Ma, sopratutto, il tocco di classe: asciugamano posizionato dietro il volante per detergere collo e fronte imperlati del sudore on the road.

The, polvere e cocomeri

Diyarbakir, Turchia - 28 agosto 2010

Diyarbakir è la città più grande della regione del Kurdistan, che si estende su un territorio a cavallo tra cinque stati: Turchia, Siria, Iraq, Iran e Armenia. La popolazione di origine curda arriva a circa 45 milioni di persone. Qui si parla uno dei dialetti curdi, oltre al turco: malgrado ci sia difficoltà a farsi capire ricevo continuamente inviti a prendere the o addirittura condividere il pranzo.


Il nucleo antico di Diyarbakir è formato da case basse costruite con pietra basaltica nera, come le mura che circondano il centro, e spesso sono intonacate e tinteggiate a colori vivaci. Molte signore che bivaccano fuori della loro casa mi invitano ad entrare e gironzolare indisturbato per le stanze: poi mi chiedono se mi è piaciuta, e quindi ho imparato un piccolo repertorio di complimenti.


Quando entro in casa di qualcuno, però, diventa inevitabile l'invito a prendere un the. Servito bollente, con una temperatura dell'aria di 40°, senza un alito di vento. E' non c'è scampo: la teiera va svuotata a qualsiasi costo, il che significa 4 o 5 bicchierini di lava fumante. Fortuna che a volte intervengono i parenti a sostenermi: ma l'occhio della padrona di casa è puntato sul mio bicchierino, appena è vuoto si lancia sulla teiera per riempirlo. Una signora ha convocato tutta la parentela nel cortile, che di mattina era costituita da una decina di donne e un unico ragazzo che provava a tradurre qualcosa usando 20 parole di inglese in tutto. In due ore che sono stato lì ho sentito pronunciare il mio nome almeno 50 volte, ma non ho capito cosa dicessero.

La bambina qui sopra mi ha lanciato un grande sorriso quando le sue amiche sono scappate, lasciandola sola in una piazzetta deserta, al tramonto. Mi ha fatto capire con un cenno che a lei potevo fotografarla: quando mi sono avvicinato, come se all'improvviso fossi diventato invisibile, si è messa a cantare le sure del Corano.



Comunque ho collezionato un'agenda di indirizzi di posta tradizionale ed elettronica per rispedire le foto ai rispettivi soggetti. Nel bazaar si vendono spezie, formaggi, bidoni di yogurt, cocomeri, e tonnellate di frutta secca tra cui, per mia somma gioia, cinque qualità diverse di bruscolini. Sotto un venditore di carne, uno di lana e bambini che servono dolci.



Il sacerdote ritratto qui sotto è il custode della Chiesa Siriano Ortodossa di Diyarbakir, il cui portone è stato aperto solo per me. Nella foto sta leggendo il testo sacro in aramaico, lingua con cui recita la messa. Pensavo che l'aramaico fosse una lingua ormai morta, invece lui mi ha detto che ci sono almeno 50 persone che ancora la parlano.

Un ragazzo di 28 anni, che fa il sarto da quando ne aveva 8, mi ha fatto accompagnare a casa sua per vedere la piccola piscina ellittica di basalto, pezzo forte dell'abitazione. Al ritorno nella sua bottega aveva acchittato un pranzo sulla macchina da cucire, composto da una padella con uova fritte mescolate a carne piccante e peperoncino, formaggi, un piatto di yogurt e Coca Cola. Tra le mie spese la voce "cibo" si è pressochè estinta.
Sotto, alcuni giovani sarti fieri del loro lavoro.

Per comunicare con i turchi, che non parlano inglese, ho acquistato una sorta di Stele di Rosetta, un foglio di carta ripiegato sul quale è stampata una scacchiera: ogni sezione, suddivisa per argomenti, presenta una serie di espressioni utili alla conversazione in turco e in inglese. Quando "parliamo" sembriamo degli strateghi muti che discutono su una mappa militare.

Con questo metodo il sarto mi ha fatto capire che gli piacciono le ragazze russe: anche se la risposta poteva risultare scontata, gli ho chiesto perchè. Lui si è dato una pacca sulle cosce, mimando con le mani l'atto di misurare le gambe: poi ha preso un foglietto e ha scritto "120 CM". Parola di sarto.

Sotto: "Prego! Si accomodi in salotto!"

Dengbej

Diyarbakir, Turchia - 27 agosto 2010

Oggi ho assistito ad una seduta di dengbej, una sorpresa inaspettata. A darmi la dritta è stato un signore curdo, che si è rivolto a me in tedesco: la lingua alemanna mi è tornata utile più volte nel Kurdistan turco, dove quasi nessuno parla inglese, ma alcuni emigrati in Germania vengono a trovare le famiglie e sfoggiano lo spigoloso idioma.

Il dengbej è una tradizione orale tramandata dagli anziani, che intonano canzoni dal ritmo struggente: narrano antiche storie del popolo curdo, spesso intrise di guerre e di immagini eroiche. Ero in un cortile, seduto in mezzo a un circolo di una trentina di uomini. Sembravano discutere animatamente tra di loro, aizzandosi finchè qualcuno conquistava la scena ed iniziava a cantare: a volte altri intervenivano aggiungendo commenti e particolari, sempre in forma cantata. Ero l'unico straniero e più volte mi hanno sollecitato a fotografarli: temono che le nuove generazioni non siano più interessate ad imparare i testi del dengbej e che la tradizione vada presto perduta per sempre.

Il fatto che fossi italiano si è presto diffuso nel gruppo. Ad un certo punto un vecchio si è alzato ed è venuto con il dito puntato verso di me, parlando ad alta voce: nelle sue parole capivo solo "Italia" e "Abdullah Oçalan", e non comprendevo se il tono fosse aggressivo o no. Poi mi ha stretto la mano e mi ha salutato: alla fine erano tutti contenti che avessi partecipato.

Pischelli

Diyarbakir, Turchia - 26 agosto 2010



Di bambini per strada ce ne sono a tonnellate. Cerco di limitarne le foto, ma a volte mi scappano. Qui vicino c'è una cittadella che si chiama Batman. Sono sicuro che i tipi ritratti qui sotto vengono da lì.

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