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Castelli, pesci di montagna e baratri zoroastriani

Tabriz, Iran - 6 settembre 2010

Ho fatto una gitarella ai Castelli, quelli degli Assassini. Il sovrano che li governava aveva l'abitudine di far uccidere personaggi politici scomodi, e per raggiungere i suoi scopi incaricava alcuni sicari, convicendoli che con la loro azione avrebbero conquistato un paradiso pieno di vergini: per rendere l'incentivo ancor più convincente li drogava con l'hashish, e per questo motivo i mercenari killer venivano chiamati hashash'in. La parola italiana "assassino" e i suoi derivati indoeuropei hanno proprio questa etimologia.
Qui sotto ci sono io.


In cima alla rocca c'erano solo alcuni bastioni in rovina ed un archeologo un po' svogliato che avrebbe dovuto contribuire al rilievo di alcuni ambienti sotterranei. Ha preferito farsi ritrarre tra i cocci della fortezza.
In questo luogo isolato in mezzo alle montagne ho alloggiato a casa di una signora, che ha costruito due stanze private in mezzo agli alberi, vegetale rarissimo nella maggior parte dell'Iran. Quando ha bussato alla mia porta per chiedermi cosa volessi per cena si è presentata con tre secchi, di quelli che normalmente usiamo per gli stracci: in fondo ad uno c'erano alcuni pezzi di pollo giallognolo, in un altro alcune membra di agnello e nell'ultimo dei pesci provenienti da chissà dove, ormai in via di spappolamento. Ho confidato nella potenza della brace e l'ho incaricata di carbonizzare uno spiedino pennuto.

Poco distante da qui ho visitato un tempio zoroastriano, in cima ad una collina: la cosa incredibile è che al centro delle mura, tra le quali si adoravano gli elementi naturali e si conservava una fiamma perenne, c'è un laghetto circolare. Dal laghetto sgorga un ruscello, ma l'aspetto inusuale è che lo specchio d'acqua si trova su una altura, quindi senza nessun affluente: pare che sia di origine vulcanica, con pareti verticali e profondissimo, e l'acqua che lo alimenta proviene dalle viscere della terra.

Curioso di vedere la collina da un punto più sopraelevato ho scalato una altura poco distante, che dal basso sembrava un cono di pietre neanche troppo alto. Ma arrivato in cima ho visto qualcosa che mi ha tolto il fiato: un baratro gigantesco, un buco enorme e profondissimo, verticale, buio e puzzolente di olezzi sulfurei. Non ce l'ho fatta ad affacciarmi per provare a vedere il fondo... i precipizi chiusi sono molto più impressionanti. Pare che anticamente la voragine fosse usata come prigione, definitiva.

Bazaar

Tabriz, Iran - 4 settembre 2010

Il bazaar è il cuore di ogni città iraniana. E' un vero e proprio centro commerciale, spesso aperto fino alle 10 di sera, dove si può comprare qualsiasi cosa. Il labirinto di vicoli coperti è generalmente suddiviso in zone merceologiche, ma spesso si incontrano venditori di tappeti, zampe di vitello e telefonini in pochi metri di spazio. L'odore che si respira è un misto di polvere, spezie, olezzo di carni macinate in via di fermentazione e dolci appena sfornati.

L'immagine qui sopra mostra il bazaar di Teheran in una qualsiasi mattina di un giorno lavorativo. Mi chiedevo cosa ci facesse tutta questa gente in giro, poi ho considerato che una città di 15 milioni di abitanti in un paese con un tasso di disoccupazione intorno al 20% genera qualche milione di persone a passeggio in vena di shopping selvaggio.

Quando il bazaar si svuota diventa improvvisamente un luogo misterioso, tetro e a volte pericoloso: le due immagini sono state scattate al bazaar di Tabriz (sopra) poco prima della chiusura e in quello di Esfahan (sotto), praticamente deserto nella giornata di venerdì. Un poliziotto in moto si è avvicinato per dirmi che era meglio non addentrarmi e ritornare alla piazza principale.

Il tipo nella foto qui sotto è incerto sul colorante da regalare alla ragazza per realizzare un bel tatuaggio sulle mani o sui piedi, uniche parti del corpo che il pubblico può apprezzare.

E infine una provocazione hollywoodiana, che sfiora quasi l'installazione d'arte moderna: tre icone di Brad Pitt, Alain Delon e ancora Pitt poste a contrasto con pomodori, patate e cipolle.

In Iran

Turkey/Iran Border, Iran - 1 settembre 2010

L'arrivo in Iran è stato facile, gli agenti della frontiera erano gentili e mi hanno scortato fino al controllo passaporti, facendomi saltare la fila di trafficanti turchi. Tra un taxi e un autobus sono arrivato fino ad una piccola cittadella, ormai buia e quasi desolata.


La prima cosa che noto sono le donne coperte e le grandi effigi degli imam che tappezzano ogni angolo di strada. All'improvviso sono capitato in mezzo ad un gruppo di persone, tutti uomini con abiti neri, intenti a battere le mani sul petto e urlare preghiere, amplificati da un megafono. Le donne osservavano assiepate ai lati della strada.

Ho dovuto quasi combattere con due ragazzi per non farmi ospitare a casa loro: ormai avevo pagato l'albergo ma loro volevano accompagnarmi a riprendere i soldi. Poi hanno cercato di pagarmi la cena, alla fine abbiamo contrattato una bibita insieme, offerta da loro.
Nella foto sotto fumo il kalyan con i vecchietti di Tabriz, quello con la camicia azzurra mi ha elencato tutti i giocatori italiani da Baggio a Totti. E già, perchè prima di fare la foto erano tutti contenti e poi sono diventati improvvisamente seri?

Primavera - Estate 2010

Van, Turchia - 31 agosto 2010

Mentre scalavo una rupe, sormontata dalle rovine di un castello nei pressi del lago Van, sono incappato in uno strano cimiterino. C'era una minuscola moschea popolata da una ventina di ragazzine: ho letto che spesso le donne si recano qui perchè pare sia un luogo propiziatorio per la loro fecondità. Fatto sta che le propizie si sono fatte fotografare in pose da rivista di moda.


Il cimitero era inusuale perchè le tombe sembravano costituite da strutture di letti in ferro, con le sponde e la spalliera. Non mi sono informato, ma ne ho visti più d'uno qua intorno.

Arche e sultani

Dogubeyazit, Turchia - 31 agosto 2010

La regione nord orientale della Turchia riserva panorami inaspettati: dopo centinaia di chilometri di aride e polverose steppe e villaggi spigolosi ecco apparire un enorme lago blu, montagne innevate, case con tetti spioventi.
Nell'immagine sopra, l'incredibile palazzo Isak Pasa, costruito nel 1600 da un potente Ottomano (o Selgiuchide, o giù di lì): è abbarbicato su una montagna a 30 km dal confine iraniano. D'inverno è isolato da metri di neve, infatti all'interno ci sono decine di camini per il riscaldamento. Già immagino il sultano correre nell'harem con la diavolina e la legna mentre cerca di accendere fuochi per non far intirizzire troppo le pulzelle di corte.
Mentre ero lì a fotografare è arrivato un tipo che mi ha chiesto se volevo unirmi a cena con il suo gruppone di affamati in attesa del segnale di "tramonto avvenuto" (e quindi il via ai bagordi): che dovevo fare, mi è toccato accettare un cenone di cinque portate...

Nello stesso angolino di Turchia, stretto tra Armenia e Iran, si erge la imponente mole del Monte Ararat, con ghiacci (e nuvole) perenni: alto 5137 è un giovane vulcano spento, e ce ne sono parecchi qui intorno. Le valli che ho attraversato sembrano state rivoltate da un aratro gigantesco tanti sono gli affioramenti di colate laviche raffreddate. Il che non mi rende proprio a mio agio visto che mi trovo sull'irrequieta falda anatolica.
Ho incontrato un professore dell'università di Antalya che insegna "problem solving" e "decision making": il suo problema era scalare il monte, e ha deciso di farlo. Non ho fatto in tempo a chiedergli cosa avrebbe dovuto decidere Noè nel momento in cui si è incagliato sulla cima.

Questa è l'ultima tappa turca: domani spenderò le ultime cinque lire per il minibus che mi porterà a Gurbulak, alla frontiera con l'Iran. Dovrò aggiornare l'orologio con uno strano fuso orario: mezz'ora in più.

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