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"Le turkmene vengono su bene"

Ashgabat, Turkmenistan - 22 settembre 2010

Così disse Marco Polo nel Milione. Forse. La fonte non è confermata.
E' la prima cosa che ho notato appena attraversato il confine: donne alte, magre, con vestiti colorati lunghi fino alla caviglia. Forse è stato lo shock culturale dopo tre settimane di iraniane censurate dai chador. Ma sembrava un scena felliniana: in mezzo ai cespugli di un polveroso villaggetto di frontiera si aggiravano queste figure in eleganti abiti vellutati e scarpe con il tacco alto. Inoltre c'è un contributo genetico non indifferente: base persiana, corporatura russa e occhi orientali.
Appena arrivato nella capitale il fenomeno è diventato talmente evidente che probabilmente è dettato da un certo costume formale: tutte le studentesse vestono abiti lunghi distinti a seconda del grado di studi, portano un cappellino tradizionale e trecce rigorosamente lunghe.


Nella foto sopra si può facilmente notare l'intrusa che conferma la regola: ciò che colpisce è anche la vivacità delle tinte, che vanno dal rosso, al blu, al verde. Di mattina, quando studentesse e lavoratrici della capitale si spostano, sembra di assistere ad una sfilata di moda tradizionale. Tutti gli studenti, dalle elementari all'università, indossano pantaloni scuri con camicia bianca e cravatta, e l'immancabile valigetta di pelle.

Spostandomi in un luogo più popolare, il bazaar, ho invece verificato un improvviso decadimento genetico dovuto probabilmente all'istante in cui la pulzella si sposa e comincia a cucinare e figliare: spariscono trecce e cappellino, appare un fazzolettone e i vestiti perdono di aderenza ed eleganza.


Ora c'è un altro problema, dovuto all'imperversare della versione techno di "Tu vo' fa' l'americano" che mi sta perseguitando in tutto il vicino oriente: nel bazaar di Tochkulka, uno dei più vivaci dell'Asia Centrale, riecheggiava il prologo napoletano della canzone sparato "a palla" dagli altoparlanti di un venditore di musica. Sarà la sonorità zingaresca che li attira, ma pare che qui non possano farne a meno.

Sotto: in pole position per salire sul bus.

Deliri turkomanni

Ashgabat, Turkmenistan - 21 settembre 2010

Ashgabat è il frutto dei deliri megalomani dell'ex-presidente Nyazov, che ha investito ogni risorsa del paese per far diventare la capitale simile alla città in cui avrebbe potuto vivere Flash Gordon. Tutto il centro è tempestato da palazzi ufficiali in stile neoclassico-fantascientifico, con marmi bianchi, colonne dorate e cupole spaziali.


Dovunque ci sono statue del presidente, morto da due anni ma ancora inevitabilmente e obbligatoriamente venerato. A seconda del posizionamento del monumento dorato la figura del presidente si atteggia al contesto: davanti all'università legge un libro, davanti alla scuola istruisce una alunna, davanti alla caserma mostra l'atteggiamento fiero.

Ad un certo punto il presidente ha detto che voleva costruire decine di alberghi. Subito accontentato: c'è una strada in cui sono allineati una ventina di hotel bianchi, perfettamente attivi e funzionanti, ma sempre vuoti.

Ad ogni singolo incrocio del centro ci sono quattro poliziotti: tirare fuori la macchina fotografica significa stimolare istantaneamente il loro ruolo ufficiale. Tutte le foto sono praticamente rubate con la compattina. La città, inoltre, è tirata a lucido, i marciapedi sono piastrellati, non si può circolare con una macchina sporca. Persino le striscie stradali sono di plastica e vengono lucidate da apposite lavoratrici.

Poi un giorno ha preso la penna e ha scritto un libro, "Ruhnama", con la sua versione della storia del Turkmenistan, le norme comportamentali e la sua visione del futuro del paese. Il libro deve essere obbligatoriamente letto da tutti, e costituisce tema di esame anche per prendere la patente. Ovviamente gli ha pure dedicato un monumento, che al tramonto viene colpito dagli ultimi raggi di sole.

Ossessionato anche lui dai numeri ha deciso all'improvviso di cambiare nome a tutte le strade, eliminando il nome tradizionale e sostituendolo con un numero. Questa cosa l'ha fatta quattro volte negli ultimi dieci anni della sua dittatura, e adesso i tassisti non ci capiscono più niente.

Sotto, l'ordine raggiunge a volte livelli di paranoia.

Camminando per le grandi strade vuote e i marciapiedi impersonali, con il timore di essere osservato dai poliziotti e respirando l'aria sovietica, mi è sembrato di rivivere la sensazione che forse si provava girando per Berlino Est. Se poi tutto ciò non basta per intimorire i cittadini allora ci pensano le facce sulle banconote a mantenere viva l'attenzione.

Se mi venisse in mente di fuggire non sarebbe facile: in tutto il Turkmenistan non esistono segnali stradali, non una freccia, non una indicazione di distanza. Come in Corea del Nord. L'erede attuale del caro presidente, morto da poco, non ha cambiato più di tanto le carte in tavola: l'ho visto girare in corteo guidando personalmente il suo SUV totalmente cromato a tutta velocità, mentre le macchine della sicurezza lo seguono.

Sotto, di notte il centro svuotato dal coprifuoco è illuminato come se fosse una Las Vegas nuclearizzata.


In Turkmenistan

Mashad, Iran - 19 settembre 2010

Ho lasciato l'Iran, diretto verso il Turkmenistan, dove mi tratterò 5 giorni, non uno di più secondo il visto di transito che mi è stato concesso.

Alla frontiera non erano pronti a ricevere persone a piedi: solo camionisti. In una atmosfera da film western, seduto su una sedia in mezzo ad una silenziosa distesa polverosa, con una sola casetta a fare ombra, il soldato turkmeno mi chiede da dove venissi. "Italia". Mi guarda, sorride, tira fuori il telefonino e mi fa sentire "L'Italiano" di Toto Cutugno. Per farlo felice la canto, mentre lui mi segue storpiando le parole.

Di tante cose viste in Iran, persone conosciute, turisti bislacchi e luoghi remoti voglio ricordare questo episodio. Mi sono trovato in mezzo ad una manifestazione, proprio sotto alla mia guesthouse, di quelle dove si protesta aspramente verso gli abitanti di oltreoceano. Un militare di vent'anni, che manifestava in sella alla sua moto, ha capito che ero italiano: come se tutto quello che succedeva intorno non fosse più importante, in mezzo a bandiere bruciate, urla, fischi, petardi, mujaiddin ed rombo di elicotteri, lui mi ha sorriso ed ha urlato "Italiaaaa! Soffia Lorreen! Mercelo Mestroianniii!"

Matrimonio all'iraniana

Mashad, Iran - 18 settembre 2010

Sono stato nel villaggio montano di Kang, vicino a Mashad, accompagnato dal padrone della guesthouse, un venditore poliglotta di tappeti perennemente eccitato e orgoglioso del suo lavoro. Con noi c'era pure una ragazza coreana, arrivata dalla Corea del Sud in motorino, attraverso la Russia. Ha percorso 8000 km, di cui 2000 di strade sterrate in Siberia: il suo mezzo, con un motore di 100 centimetri cubici "Made in China", è carico come un mulo e si porta appresso anche una di quelle tende che chiuse diventano un disco, ma che sul motorino sono una vela: "ho cambiato solo gomma, aggiunto po' d'olio, motolino facile, no come moto". Quando gli abbiamo dato un bastone da trekking lo ha impugnato con due mani, puntandolo verso l'alto, abbozzando una mossa di kendo: "Sunee, serve per camminare questo". "Ok."


Siamo stati fortunati: nel villaggio c'erano due matrimoni, e siamo stati automaticamente invitati nelle case per bere tè, mangiare dolcetti di zucchero e sopratutto pranzare al banchetto. Io ho approfittato per fotografare chiunque mi capitasse a tiro.

Le signore come quella ritratta qui sopra erano appostate ad ogni angolo di strada e offrivano zuccherini ai passanti: era impossibile rifiutare, così ho fatto la scorta energetica per i prossimi mesi.


La cosa curiosa è che nei festeggiamenti, anche in quelli, uomini e donne sono separati: ho assistito ai balli sfrenati dei maschi dentro l'androne di un hammam, con la gente che intanto si spogliava per andare a fare le abluzioni.

E poi siamo andati al banchetto, seduti per terra dentro la moschea. Il menu prevedeva riso, zuppa di carne e fagioli, limonata e yogurt confezionato.



Nella foto sotto ci sono io, il cugino della sposa e Vali, il padrone di casa iperattivo.

Fango

Yazd, Iran - 16 settembre 2010

Al centro del deserto iraniano, circondata da aride montagne spigolose, sorge la città di Yazd, il cui centro storico è interamente costruito con mattoni di fango e paglia, ricoperti da uno spesso strato di intonaco della medesima natura: l'aspetto è molto simile a quello dell'architettura adobe visibile in Messico e in alcuni stati meridionali degli U.S.A. E' incredibile notare come un paesaggio simile e simili materiali generino le stesse tecniche costruttive a decine di migliaia di chilometri di distanza.

Pare che le strutture realizzate in questo modo siano molto elastiche e resistenti ai forti terremoti, a meno che il terremoto non sia fortissimo con conseguente sbriciolamento totale della casetta costruita con tanto amore e fango. Ci sono parecchie "lacune" nel centro, segno che ogni tanto il temuto tremore arriva.

Camminando per i vicoli di Yazd e arrampicandosi sulle strette scalette che portano sui tetti non si può non notare l'incredibile numero di strane torri simili a radiatori, che spuntano un po' ovunque in mezzo a case, moschee e cisterne. Sono le "torri del vento", un ingegnoso sistema di condizionamento degli ambienti interni.

Spesso sono orientate verso la direzione di tramontana, ma la maggior parte raccoglie il vento su tutti e quattro i lati. All'interno sono suddivise da canali che convogliano l'aria e da setti di legno mobili che permettono di regolarne il flusso. Sono entrato in una grande casa con cortile per vedere l'ambiente sul quale è impostata la torre: è una stanzetta con il soffitto caratterizzato da grandi aperture, simile ad un bocchettone dell'aria condizionata. Mi sono messo proprio sotto e, come per magia, scendeva aria fresca.

A Yazd ho alloggiato in una piccola guesthouse che è un crocevia di turisti provenienti da ogni parte del mondo, con un picco inspiegabile di Australiani e Neozelandesi. Ho incontrato una tipa di Melbourne che ogni mattina mi salutava imitando la voce de "Il Padrino" e dicendo "kiss my hand motherfucker!", e una coppia che vive nel centro del continente australiano, ad Alice Spring, un posto lontano dal mondo: lui è stato per qualche mese cuoco a Firenze.

Per i vicoletti di Yazd si incontrano parecchi tipi strani, come il "lettore di ceci", mestiere richiestissimo: c'era una lunga fila di donne pronte a ricevere l'oracolo. Purtroppo, come si può vedere dalla sua espressione e dal modo con cui indica il cecio, il responso di questa lettura era parecchio rognoso.
Qui sotto, invece, è ritratto l'inquietante venditore di anelli, simile ad un giostraio dei circhi dell'est: ogni volta che l'ho incrociato ha provato ad affibbiarmi qualche anello di fattura poco nobile. Per fortuna il vecchietto lo ha distratto mentre lo fotografavo.


L'immagine in cui appaio raggiante qui sotto è stata scattata da una turca, lungo una strada polverosa che conduceva in mezzo all'arido deserto iraniano. La turca e la sua amica stavano viaggiando in Iran facendo couchsurfing, ovvero accettando ospitalità in case private, i cui padroni (solo uomini) si iscrivono su un apposito sito internet per "scambiare" la disponibilità dei divani-letto.

A una settantina di km da Yazd, in mezzo ad un polveroso deserto, sorge il villaggio ormai abbandonato di Kharanaq, distrutto da un terremoto e mai più ricostruito perchè era più conveniente rifarlo ex-novo in un'altra location. Ho percorso le stradine delimitate da mura pericolanti e da case ormai in via di scioglimento.

Una caratteristica inquietante del villaggio e di tutta la zona sono gli shaking minarets, ovvero i "minareti tremolanti". In pratica, l'iraniano che ci ha accompagnato ci ha fatto salire su una strettissima scala a chiocciola fino ad una cornice sporgente in cima al minareto (foto in basso) che comunque non è molto alto, e poi lui all'interno ha cominciato a muoversi ondeggiando con forza: il minareto ha iniziato ad oscillare come se fosse stato scosso da un terremoto. Ovviamente questa cosa non ti fa sentire al 100% tranquillo mentre stai appollaiato su un cornicione.
L'iraniano ha detto che anche in Italia c'è un minareto del genere, e io gli ho chiesto "ma quale?" e lui "il minareto di Pisa!".

E infine, due immagini di un luogo psichedelico: una torre per l'allevamento dei piccioni. Del piccione non si butta via niente, in Iran: le uova si danno ai bambini perchè si pensa che stimolino l'apprendimento del linguaggio (e infatti ai logorroici si dice "hai mangiato troppe uova di piccione da piccolo!"), il guano si usa come fertilizzante, il piccione stesso è addestrato per consegnare messaggi e infine è anche un alimento prelibato. Purtroppo la torre è in disuso e i piccioni non sono più viaggiatori, perchè i destinatari dei messaggi si mangiavano il postino.


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